Molti dei grandi poeti hanno sentito l’urgenza di comporre dei versi nei momenti più bui delle loro esistenze. In guerra, in manicomio o in esilio. La poesia nasce laddove la realtà diventa insopportabile e il linguaggio quotidiano sembra anestetizzato. E i versi diventano una forma di resistenza, un richiamo alla vita, un grido di dolore.
È da questa intuizione che nasce Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa, il saggio di Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello, in uscita per Solferino (pp.224 €17,50) nella Giornata mondiale della poesia. Torsello - autore e fondatore del progetto letterario La Setta dei Poeti estinti - e Sabia, autrice e dottore di ricerca in Italianistica alla Sapienza di Roma, hanno raccolto una serie di celebri biografie in cui la scrittura poetica diviene strategia di sopravvivenza.
È certamente il caso di Amelia Rosselli, una delle voci più intense del Novecento italiano, capace di trasformare la scrittura in una lotta contro la disperazione. I suoi versi afferiscono ad una biografia segnata dall’esilio, dal trauma familiare e da una fragilità costante. Scrivere, per Rosselli, significava trovare un varco nella paura, costruendo uno spazio sicuro in cui la mente potesse continuare a respirare. Accadde anche ad Alda Merini, la poetessa milanese che compose alcune delle sue pagine più potenti proprio durante gli anni trascorsi in manicomio. In quelle condizioni estreme, segnate dalla violenza che mortificavano il corpo e la psiche, i versi divennero un modo per difendere la propria identità dall’annullamento. Una poesia in grado di trasformare il dolore, restituendo piena dignità alla persona.







