Giuseppe Tortora è un artigiano della parola, ogni suo verso è un lavoro di cesello, di levigatura, di sottrazione del superfluo. Si sporca le mani in un combattimento faccia a faccia con le parole che scova nelle scritte sui muri di Roma, nei libri degli autori che affollano la sua biblioteca, nelle discussioni tra amici. Le setaccia dal fiume di chiacchiere e, per non perderle, le trascrive su un taccuino che è la sua piccola bottega rinascimentale, un laboratorio sempre aperto. Tortora, autore televisivo, è immerso nel flusso di notizie che scorrono velocissime ma, chiusa la porta di casa, mette il silenziatore e il rallentatore al mondo per afferrare il cuore delle cose.

La sua nuova raccolta s’intitola Le rose ignoranti (Libreria Dante & Descartes, con le illustrazioni di Lorenzo Tortora) è un viaggio nei luoghi dell’anima, a partire da Procida (le rose ignoranti del titolo sono quelle che «non conoscono i propri misteri» di Elsa Morante ne L’Isola di Arturo) e poi Napoli, lasciata ma mai perduta (Tufo pomice calcare/intravisto con gli occhi/ appoggiati alle crepe/ scruto l’ombra che s’incrina/ a Napoli pure il tempo/si sfarina prima), l’amato Cilento (Cilento profumo di piante/ di fico dolente / impronte di capra/spaccate dall’arsura/foglie d’ulivo argento in processione) e ancora Roma, la città dove vive da anni ma che non ha mai posseduto (Ogni giorno è qui cominciato / ma cos’altro farò qui/ lontano da Napoli /se non contare il presente/che s’accumula davanti/a questo lavabo/d’acqua morta...). Quattro sezioni (L’amore non sottrae, Righe parole, Tempo, Rione Luzzatti) che si offrono a più piani di lettura. Viaggio sentimentale dell’autore e dialogo immaginario con i poeti e gli scrittori che ha amato e che ancora titillano il suo immaginario. La sua voce fa da eco a quella di Borges, di Shakespeare, di Rilke, e ancora Patrizia Cavalli, Alda Merini, e così via, passando anche da autori meno noti.