Quella sera di agosto, fra un tripudio di stelle e l’aria calda e pesante, torna a casa un calesse che non ha più guida, che si trascina lentamente: a cassetta un’ombra con li capo reclinato ondeggia lievemente. È una sera fatale, quella che segnerà per sempre un’intera famiglia e uno dei più grandi poeti italiani. La morte di Ruggero Pascoli si proietta, con la sua verità mai davvero ricostruita, sul destino di Giovanni e ne disegna i contorni cupi. Esce un libro che vuole ritrarre il poeta com’è stato davvero, al di là di forzature, leggende, false letture, per tentare di restituire un’immagine il più fedele possibile alla realtà storico-biografica.

Osvaldo Guerrieri, infatti, pubblica Zvanì. Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli, (Gramma Feltrinelli, euro 18, pp.192). Non si tratta di un romanzo, né di una biografia in senso stretto, «è una narrazione su elementi biografici, un ritratto in piedi e dal vivo di Pascoli», come ha spiegato lo stesso autore. Il delitto che gli ha portato via il padre, certo, è l’episodio fondante, per certi versi, della drammatica mitologia del dolore e del lutto, potremmo dire, che da fatti concreti, terribili ha poi assunto i contorni di un’epopea alla rovescia, di un viaggio intrapreso verso la sua “terra promessa”, il paese dei morti, il luogo-non luogo dove ricomporre l’unità spezzata della famiglia, dove il dolore non scompare ma prende piuttosto la qualità, la sottile e sospesa materia di cui sono fatti i fantasmi.