Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 16:35

Nel Novecento poetico italiano si stagliano figure che sembrano nascere già circondate da una tragica luce caravaggesca, come se la loro vita fosse stata sceneggiata da dèi annoiati per delineare una rocambolesca predestinazione.

Amelia Rosselli occupa, nella letteratura italiana, un luogo marginale e insieme cruciale, come accade alle voci poetiche che non si lasciano ridurre a una scuola, a un’etichetta, a una categoria. La sua opera rappresenta un unicum difficilmente assimilabile, non solo per la irriducibile originalità stilistica, ma soprattutto per la densità mercuriale di esperienze storiche e personali che la attraversano.

Nata a Parigi nel 1930, già in condizione di esule, figlia del grande Carlo Rosselli (la cui visione socialista liberale sembra unico antidoto all’impazzimento del capitalismo agonizzante) e dell’inglese Marion Cave (coraggiosa militante antifascista londinese), Amelia porta nella sua infanzia le stimmate del martirio politico. Nel 1937, a Bagnoles-de-l’Orne, il padre e lo zio Nello vennero trucidati a coltellate da sicari fascisti. La storia entrò così nella sua mente bambina in tutta la sua brutalità: un trauma che negli ultimi anni piagati dalla malattia mentale assumerà i tratti inquietanti della paranoia ossessiva.