Massimo Cacciari, in un suo recente intervento, ha toccato un nervo scoperto. «Gli studenti pensano che Gesù abbia scritto i Vangeli», ha dichiarato. Una frase che potrebbe sembrare una provocazione, ma che in realtà è la radiografia impietosa dello stato culturale del Paese che non riguarda solo la religione, ma anche il nostro rapporto con le radici stesse della nostra civiltà. Non è questione di essere credenti o no. È questione di sapere, di distinguere fatti storici da leggende, tradizione da invenzione, i veri evangelisti da quelli immaginari. La Bibbia, che la si consideri Parola di Dio o semplicemente uno dei testi fondativi dell’Occidente, resta il libro più influente della nostra storia. Eppure milioni di persone – giovani e non solo – ignorano come sia nata, chi l’abbia scritta, in quali lingue e in quale mondo culturale affondi le sue radici.
Ed è per ovviare a questo che Cacciari propone un’ora settimanale di esegesi biblica tenuta da persone competenti. In altre parole fornire strumenti critici per imparare a leggere un testo antico, contestualizzarlo, comprenderne il linguaggio simbolico, coglierne la forza narrativa e l’impatto storico: ecco una vera forma di educazione civica, molto più concreta di tante riforme fumose. Ma qui emerge un nodo che molti faticano ad accettare: la cultura non si improvvisa. Richiede studio, serietà, preparazione. E soprattutto, davanti a un testo come la Bibbia, richiede umiltà. Il “culturame”, per usare la definizione amara di Cacciari, nasce proprio quando si pretende di sapere senza avere le basi. È interessante notare che le ricerche sociologiche mostrano come il declino della competenza culturale non dipenda solo dalla scuola, ma da un ecosistema comunicativo che privilegia la rapidità rispetto alla profondità.






