Il cristianesimo, nella narrativa e nell’immaginario occidentale degli ultimi anni, è diventato il bersaglio perfetto: svuotato e preso di mira dall’ironia, ha ridotto Gesù ad una icona innocua, un personaggio da contestualizzare e normalizzare. Il giornalista spagnolo José María Zavala, con Il Profeta, fa esattamente il contrario, firmando un fenomeno editoriale da oltre 100mila copie in patria, appena pubblicato in Italia da Piemme (traduzione di Sara Meddi, pp. 416, euro 21).

Autore da oltre un milione di copie, membro della Reale Accademia delle Arti e delle Scienze Cinematografiche di Spagna, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava e autore di El Santo, la biografia di Padre Pio, Zavala ha un passo da storico, scegliendo di raccontare gli ultimi anni della vita di Cristo non attraverso la devozione di un discepolo, ma con gli occhi scettici di Lucio Fedro Celere, un pretoriano romano incaricato di avvicinare e controllare quel profeta che agita la Giudea e inquieta Roma.

Zavala firma un’opera di fantasia, con fatti storici liberamente interpretati dall’autore e nelle interviste in patria, ha dichiarato d’aver scelto Lucio Fedro proprio perché, idealmente, rappresenta il lettore contemporaneo che guarda Gesù con diffidenza, distanza e perfino fastidio; e ha insistito sul fatto che oggi Cristo, paradossalmente, è «un grande sconosciuto». Ecco, Il Profeta non è pensato soltanto per chi crede già, ma si rivolge soprattutto a chi crede di sapere chi sia Gesù e in realtà, ne conserva un’immagine di cartapesta e vuota di contenuti.