L a personalità di un’opera risiede per essenza nella compiuta autenticità delle sue rughe. È nel frastaglio della sua genetica, nella fibra di un’architettura non domata. È dunque forse da questa consapevolezza che scaturisce oggi la necessaria restituzione editoriale di Cosima, il romanzo testamento di Grazia Deledda, pubblicato per la prima volta postumo nel 1936 e riedito lo scorso 21 aprile da Mondadori nella prestigiosa collana Oscar Cult (168 pp. , 10,50€). Molto più di un’operazione di catalogo in segno commemorativo, occasionata dalle celebrazioni del centenario del Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Deledda (ritirato nel ’27 pur se riferito al 1926), la nuova edizione premette e promette rinascimento sin dalla copertina: un’evocazione di gradi di blu a riempirla, interrotta da un ritaglio di un paio d’occhi in affaccio, nudi, glabri, dritti a interpellare chiunque scelga di avvicinarsi. Con una sezione introduttiva di natura biografico-critica firmata da Daniela Brogi, docente di Letteratura Italiana all’Università per stranieri di Siena, la curatela dell’opera è affidata integralmente agli studi ultradecennali di Dino Manca, professore di Filologia Italiana all’Università di Sassari, nonché ormai massimo esponente riconosciuto nell’ermeneutica filologica della letteratura sarda e ancor più delle opere deleddiane. Un impegno solido e meticolosissimo, poiché il filologo si configura come «un detective che deve restituire la verità del testo», racconta il professor Manca.
Cosima, il romanzo postumo che spiega l’origine | Libero Quotidiano.it
L a personalità di un’opera risiede per essenza nella compiuta autenticità delle sue rughe. È nel frastaglio della sua genetica, nel...







