“Ho avuto paura che gli spettatori uscissero dalla sala”. Tutti si aspettano che si torni a parlare di Falso movimento, e delle ire funeste di Nastassja Kinski, ma ne esce una lezione di cinema da mandare a memoria e stampare sui manuali del Dams. Wim Wenders al Cinema Ritrovato, parte seconda. Quasi da turista nel 2025, poi, dopo un anno, ad accompagnare il fresco restauro della sua opera prima, Summer in the City (1969), realizzato proprio nei laboratori bolognesi. L’80enne autore tedesco si diletta nell’autoironia. Perché quel film in 16 mm, bianco e nero, suono in presa diretta, sarebbe “pieno di errori” e “tutti elencabili in un istante”. “Difficile che sia il film di un giovane regista tedesco che pensa di reinventare il cinema”, si schernisce.

Sarà che Perfect Days lo ha riportato al livello creativo epocale di Paris, Texas, ma Wenders appare senza ombra di dubbio in una forma intellettuale luccicante. Alle spalle, sul grande schermo del Cinema Modernissimo, c’è pure un suo disegnino, modello ghirigori, pennarello bianco su sfondo nero, per i 40 anni compiuti dal Cinema Ritrovato. “Ma lo sapete che in sala ho sempre provato un desiderio incontenibile d’addormentarmi come un bambino?”, dice con fare serissimo. “Mi succede solo con i film che mi piacciono. Alcuni li avrò visti sei, sette volte, e ogni volta scopro nuove scene perché precedentemente avevo dormito come un bambino. Quando capita mi sento sereno e al sicuro, come se avessi degli angeli attorno a me”.