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In un’intervista con il Financial Times di qualche mese fa, il regista tedesco Wim Wenders ha detto che i veri protagonisti dei suoi film non sono gli attori, ma i luoghi delle ambientazioni, e che quando decide di scrivere una nuova sceneggiatura parte spesso dalla stessa premessa, ossia sforzarsi di trovare una storia che possa svolgersi «soltanto in quello specifico posto, e non altrove». Per questo motivo i titoli dei film di Wenders, che oggi compie ottant’anni, menzionano spesso una qualche città: Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino, Lisbon Story, Palermo Shooting e così via.
L’ultimo che ha diretto, Perfect Days, pur non seguendo questa consuetudine di titolazione, è stato un successo specialmente in Italia anche per come mostra e racconta Tokyo e i suoi quartieri di Shibuya, Asakusa, Sumida e Shimokitazawa.
Uno dei concetti più cari a Wenders è infatti quello secondo cui il paesaggio e la sua osservazione contribuiscono a definire lo stato d’animo dei personaggi, al pari dei dialoghi. Grazie al suo gusto formidabile per le inquadrature, alla capacità di creare sequenze di straordinario impatto visivo e al coinvolgimento di alcuni tra i direttori della fotografia più abili in circolazione, come Robby Müller, Henri Alekan e Franz Lustig, Wenders riesce spesso a nobilitare questo concetto fino all’estremo.











