Posso scegliere un qualsiasi spazio vuoto e dire che è un nudo palcoscenico, insegnavano gli antichi maestri. Tanto tempo fa. Quando parlando di teatro, non si intendeva propriamente uno spazio vuoto. Per lo meno non dovunque, non per tutti. Metti lo stanzone che ci sta di fronte, dove nella penombra si intravede a mala pena un nudo disordine. Poi qualcuno tira su la saracinesca che dà sulla strada, sul fondo, e attiva gli interruttori della luce. E questo spazio vuoto è pronto ad accogliere un’azione scenica, basta che una persona l’attraversi e un’altra la stia a guardare. Diventa teatro. Anche se non siamo nel West End londinese o attorno a Times Square a New York. Troppo facile, così. Perché quello spazio nudo, quel disordine così ben calcolato – qualche consumata poltroncina portata lì da una vecchia sala cineteatrale in disuso, una piccola incongrua pedana a gradini circolari – sono ricostruiti con minuzia naturalistica sul palcoscenico di un vero teatro di rigorosa tradizione (nell’occasione l’Arena del Sole bolognese, la produzione è dello Stabile di Torino).

E quella manciata di uomini e donne che sono entrati alla spicciolata sono attori che interpretano altri attori o aspiranti tali. Pirandello insomma, vien da pensare, roba da personaggi in cerca d’autore o questa sera si recita a soggetto. Le conosciamo queste solfe. Ma è davvero così? No, non è così che bisogna mettersi di fronte a Circle Mirror Transformation, il testo scritto da Annie Baker che Valerio Binasco ha messo in scena per Pamela Villoresi e un piccolo gruppo di altri interpreti, fra cui lo stesso regista, non dimentico dell’attore che è sempre stato.Il titolo descrive le tappe di un percorso che si compie all’interno di quello spazio sempre uguale, nelle cinque settimane che scandiscono l’azione del testo, compresse in due ore scarse di spettacolo. Indicazione per nulla superflua, questa spazio-temporale. Perché intanto dà forma alla sua struttura, fatta da una sequenza di azioni molto brevi intervallate da un momento di buio dove risuona una piccola frase musicale di Erik Satie, pare di ricordare. Mentre in sovrimpressione è leggibile lo scorrere del tempo, con i suoi pieni e i suoi vuoti. Prologo, prima settimana, intervallo e così via.