Come si può mostrare un’ombra di passaggio? Qualcuno di cui non ricordiamo neanche i tratti del viso, a malapena il profumo. Lo spazio Vuoto di Stefano P. Testa e Alberto Ceresoli, miglior opera prima allo scorso Biografilm e ora in concorso al Salina Doc Fest (8-12 luglio), è un documentario che tenta di rincorrere questo sentimento di incolmabile e sfuggente. L’origine è la storia dello stesso Ceresoli, ma soprattutto della tragica scomparsa della madre Luisa. In una notte del 1990, dopo aver partorito il suo secondo figlio, una ragazza di diciannove anni si getta dalla finestra dell’ospedale di Montichiari, provincia di Brescia. «Sul vetro della finestra sono rimaste le impronte per anni, nessuno aveva il coraggio di cancellarle», dice all’inizio il voiceover di una delle infermiere che era di turno quella sera. Il neonato non era però Alberto (che aveva appena undici mesi) ma suo fratello Alessandro. Entrambi cresceranno poi in affido.

A più di trent’anni dall’avvenimento i due registi – Ceresoli all’esordio – scelgono quindi di muoversi a ritroso nella ricostruzione dell’immagine frammentata di Luisa. Non tanto alla ricerca di risposte o dei motivi dietro al suicidio, bensì di ogni ricordo utile a colmare il vuoto che la sua morte ha lasciato. Le interviste cadenzano infatti Lo spazio vuoto. Le testimonianze del marito Romolo (papà biologico di Alberto), del fratello Gerardo, delle amiche Anna e Giuseppina. Ognuno porta con sé un proprio racconto incompleto, inaffidabile, che spesso cozza con tutti gli altri. E che si alterna con il diario interno di Alberto, mostrato attraverso le parole scritte sul nero monitor di un computer. La coerenza si ritrova piuttosto nel contrasto con la regia e il montaggio, nella scelta di una staticità e ripetizione che vuole mettere in scena l’aver lasciato, inevitabilmente a causa del dolore, una parte di sé bloccata nel passato.