Un cinema scritto sui magnifici disservizi della contemplazione, quello di Luca Ferri, spazio tutt’altro che astratto – anzi piuttosto tetragono – che sorge dallo sfarfallio dell’immagine tanto quanto dalla spigolosità della materia. Un cinema che nasce dichiaratamente patafisico, certo, ma progredisce poi in una logica deviante e materiale, consequenziale rispetto al posto che di volta in volta questo autore individua e abita, ossessivamente. Le sue apparizioni nei festival (Torino, Filmmaker, Locarno, Venezia, Berlino…) sono in genere epifanie irriducibili al pensiero corrente e l’accensione televisiva che Fuori orario offre alle sue opere stanotte e domani notte, con un terzo appuntamento domenica 7 giugno, è un’occasione per immaginare una prima mappatura del suo percorso.

Curate da Roberto Turigliatto col titolo «Ecce Ubu – Alla ricerca di Luca Ferri», le tre notti di Fuori orario attraversano trasversalmente gran parte del lavoro di questo filmmaker bergamasco: la ritrattistica obliqua, l’urbanistica a latere, la paesaggistica d’archivio, gli interni compulsivi, le inversioni mitopoietiche… Tutto lo scibile disambiguo del cinema di Luca Ferri in una decina di opere accompagnate da un paio di conversazioni con l’autore. Si parte dalla patafisica incarnata nella astralità immanente del Divino Otelma, offerta a un ritratto girato a distanza di videoconferenza durante il lockdown: Vita terrena di Amleto Marco Belelli (2022) insiste sullo spazio egotistico dell’alterità, dissimulando la relazione oggettiva con un personaggio che eccede il senso comune. La ritrattistica, del resto, gli serve a instaurare relazioni tanto strutturate quanto astratte: Pierino (2018, parte della «Trilogia domestica») è un attonito, dolcissimo e compulsivo rendez-vous con un personaggio compulsivo, filmato per un anno, 52 giovedì di seguito dalle 10.30 alle 11.30, con una vecchia telecamera VHS, in simbiosi con la cinefilia analogica del personaggio.