Per chi conosce l’opera di Gianikian-Ricci Lucchi, la morte di Yervant Gianikian, ultimo superstite della coppia che ha inventato un nuovo modo di guardare le immagini filmate e mutato per sempre il concetto di «immagini d’archivio», non può che apparire come un ennesimo segno funesto di questi tempi di guerra e crescente oppressione. Con Godard e Straub-Huillet (l’altra immensa e indissolubile unione d’amore, estetica ed esistenziale, del cinema in Italia) Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi hanno sempre lavorato, con ostinato rigore, contro la violenza: sull’ambiente, sugli animali, sull’uomo contro l’uomo. Lottare contro lo sfruttamento, il colonialismo e il vandalismo turista, il razzismo e la guerra, soprattutto la guerra, condensazione del male, è stata la luce pulsante dietro ogni immagine degli autori di Dal Polo all’Equatore. Trilogia della Grande Guerra, composta tra il 1995 e il 2004, l’urlo pacifista più forte tra quelli scagliati negli ultimi decenni, evidentemente caduto nel vuoto.

Gianikian e Ricci Lucchi hanno mostrato la violenza del presente utilizzando frammenti del passato, con la loro «camera analitica» hanno rivoluzionato «l’atto del vedere», attraverso il blow-up, il rallenty, la ripetizione hanno spezzato l’aura che il tempo ammanta sui fotogrammi per lasciarne emergere tutta la scandalosa e orrorifica vitalità. La ferocia, il dolore, la paura che sono rimaste impresse non solo tra i mutilati e i feriti li ritroviamo nei giocattoli di Ghiro Ghiro Tondo come in Ritorno a Khodorciur (visibile su Raiplay). Yervant, così come Angela, nata in quel Pays Barbare (titolo del film sui crimini dell’Italia fascista, praticamente invisibile nel paese della «brava gente») incarnavano gli orrori del secolo scorso, anche per questo ne vedevano in modo lucido e appassionato quanto fossero rimaste intatte le macchine di morte e cercavano un altro orizzonte. Questa rottura permanente dello spazio e del tempo del fotogramma, della visione come sogno/allucinazione, non è stata una «idea» e neanche un discorso, ma una pratica e un’etica costanti e necessarie, un metodo unico che è innanzitutto una posizione e da questa si fa punto di vista.g