C’è stato un cinema capace di scavare nella memoria come in una ferita. Un cinema che prendeva vecchie pellicole dimenticate, le rallentava, le ingrandiva, le colorava, fino a trasformarle in un atto politico, poetico, quasi fisico. Quel cinema era quello di Yervant Gianikian, morto a Milano il 3 luglio all’età di 84 anni.
Regista, artista visivo, sperimentatore radicale, Gianikian era nato a Merano nel 1942 da una famiglia di origini armene e aveva fatto della memoria storica il cuore della propria ricerca artistica. La notizia della sua scomparsa è stata resa nota dalla moglie Lucrezia Lerro, che lo ha definito “un poeta dell’immagine”, invitando il pubblico a continuare ad amare il suo cinema come forma viva della sua eredità.
La videoinstallazione di Yervant Gianikian "La marcia dell'uomo"
Il suo nome resterà indissolubilmente legato a quello di Angela Ricci Lucchi, compagna di vita e di lavoro scomparsa nel 2018. Insieme avevano costruito uno dei percorsi più originali e riconosciuti del cinema d’avanguardia internazionale, reinventando il linguaggio delle immagini d’archivio. Non semplici documenti del passato, ma materia viva da interrogare: dettagli dimenticati, sguardi ai margini, violenze nascoste dentro la storia ufficiale.






