Ci sono dei film che ti chiedi dove stanno, da dove vengono, dove ti portano. Galleggiano con te nello stato d’animo in cui ti trascinano senza pretendere di guidarti, ma anzi liberandoti dal peso di dover strutturare la tua esperienza di spettatore. L’amore che rimane è uno di quelli: pura spazialità narrativa, senza perimetro, nessun bisogno di definire dove finisce la realtà e inizia il sentimento di quella stessa realtà. Hlynur Pálmason lo ha trovato squadernando tracce di vita famigliare tendenzialmente autobiografiche disperse nella solitudine di una coppia in via di separazione, sullo sfondo dei fiordi dell’Islanda dell’Est, quelli più selvatici, erosivi, arcani. Un po’ più a nord delle lande dove il regista aveva spinto la solitudine del sacerdote luterano di Godland, che abitava un film altrettanto bello, ma ben più tetragono di questo: tanto scolpito nello spazio e nel tempo del suo protagonista, quanto L’amore che rimane si agita come un gesto libero, anche inconsulto, a tratti astratto e persino surrealista.
I PERSONAGGI del film non riconoscono la forza di gravità, sono come figure in sospensione sui loro vissuti incompiuti, un po’ vaghi, ed è questo il nucleo del lieve dramma cui assistiamo. Anna è un’artista che cerca il successo, dipinge senza colori, usando la terra e lasciando che le sue tele macerino al freddo dell’inverno (pratica dello stesso Pálmason, che nasce artista e lo è tutt’ora). Anna vive con i tre figli, una ragazza e due ragazzini, interpretato dai veri figli del regista (non che sia la prima volta per loro, anzi…). E poi c’è un simpaticissimo cane, Panda, che ama rotolarsi nella spazzatura ed è un po’ lo spirito guida del film. Magnús, invece, è uomo di mare e spirito dolce, ama ancora Anna terribilmente e vorrebbe che lei accettasse il suo ritorno. Ma non c’è spazio per lui nella vita della donna, che cerca l’ispirazione en plain air e tenta di essere una madre presente, sostanzialmente riuscendoci.











