Le commedie romantiche, quasi sempre, iniziano con un imprevisto. Una crepa. Una deviazione dal percorso previsto. Qualcuno lascia qualcuno, qualcuno incontra qualcun altro, qualcuno pensa di avere tutto sotto controllo e scopre invece che i sentimenti non conoscono strategie, non rispettano programmi e soprattutto non accettano di essere governati. Ma Innamorarsi e altre pessime idee, il film di Simone Aleandri al cinema dal 28 maggio con 01 Distribution, sembra partire da una domanda più silenziosa e meno rassicurante: che cosa succede quando perdiamo l’ordine che avevamo costruito intorno a noi? Lino, il protagonista interpretato da Lino Guanciale, è un uomo che vive dentro la struttura ordinata della propria esistenza. È un avvocato, è abituato alla logica, alla razionalità, all’idea che ogni problema possa avere una soluzione e ogni conflitto una direzione precisa. Poi qualcosa si spezza. La moglie lo lascia per un altro uomo e improvvisamente il terreno si muove sotto i suoi piedi. Quello che nasce da lì, almeno in superficie, è il motore classico della commedia: un piano, un inganno, una serie di situazioni che iniziano a sfuggire al controllo dei personaggi. Ma sotto la leggerezza del racconto sembra agitarsi qualcosa di più profondo. Perché il cinema di Simone Aleandri, anche quando sceglie la forma della commedia romantica, continua a interrogarsi sugli stessi territori: il desiderio, l’identità, i legami, le persone quando smettono di recitare il ruolo che hanno costruito per sé stesse. E forse non è un caso. Simone Aleandri, come ricorda in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, arriva al cinema di finzione dopo un lungo percorso nel documentario, cioè nel luogo in cui la realtà non può essere costretta dentro un progetto completamente scritto e dove bisogna imparare ad ascoltare ciò che accade mentre accade. I suoi lavori precedenti hanno attraversato persone, città, memorie, identità. Hanno osservato vite e cercato di restituirle senza addomesticarle troppo. Persino quando parla del proprio lavoro evita definizioni rigide. Non parla di messaggi, non parla di verità assolute. Parla di domande. Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante del suo cinema: la sensazione che raccontare una storia, per lui, significhi prima di tutto cercare di mettere ordine dentro una forma di caos. Nell’intervista che segue emerge un autore che sembra muoversi continuamente tra due spinte opposte: il bisogno di costruire e il desiderio di lasciarsi sorprendere; la struttura e l’imprevisto; il controllo e l’abbandono. È una tensione che attraversa il suo modo di girare, il rapporto con gli attori, il legame quasi fisico con i luoghi e persino il modo in cui racconta Roma, città da cui si sente profondamente plasmato. Parla del cinema come di qualcosa di terapeutico, ma non nel senso più semplice del termine. Non come un rifugio o una fuga. Piuttosto come uno strumento per guardarsi dentro. Come un dispositivo che costringe a stare davanti alle proprie domande più che alle proprie certezze. Forse è per questo che, dietro una storia che racconta tradimenti, rivalse sentimentali e incontri inattesi, Innamorarsi e altre pessime idee sembra parlare anche di altro: della difficoltà di accettare ciò che non possiamo controllare, della paura di perdere gli equilibri che ci definiscono e del modo in cui spesso è proprio una frattura a rivelarci qualcosa che non sapevamo di noi stessi. Perché le pessime idee, a volte, sono semplicemente quelle che finiscono per cambiarci la vita. E forse il cinema, per Simone Aleandri, è sempre stato una di quelle.