VENEZIA – Di chi sono i nostri giorni? È questa la domanda che dobbiamo porci, quando parliamo di fine vita. A chi appartengono, a chi apparteniamo? È sano amare qualcuno più di se stessi? Ha senso interrogarsi su un tradimento di quarant’anni fa? Ci sono omicidi che si possono capire, perdonare perfino, e quando? Qual è l’appiglio legale? Come si arriva a una verità che non sia inganno?

La grazia è un film sulle domande che ogni giorno siamo costretti a farci. In tempi di guerre e politici situazionisti; in tempi di battaglie etiche fatte di prese di posizione acritiche e non di aderenza alla realtà; in tempi che guardano al passato e sono incapaci di immaginare quel che sarà, Paolo Sorrentino sembra chiedersi — e chiederci — di chi è il futuro? Quand’è che capiranno, i padri, che a un certo punto sono i figli a dover guidare?

Il regista premio Oscar travolge la Mostra con un film inaspettato per i temi profondamente politici che tocca, per l’unità di luogo e di tempo in cui si svolge, per lo sguardo che getta su un presidente della Repubblica che a tratti — nella prudenza, nella cautela, nella saggezza e soprattutto nella responsabilità — assomiglia moltissimo a Sergio Mattarella. C’è anche un applauso scrosciante alla Scala, in caso Toni Servillo non avesse reso abbastanza l’idea. Un presidente democristiano, cattolico, con un senso profondo dell’etica e della giustizia. Un giurista che dice, del suo manuale ribattezzato dagli studenti “Everest, K3”: “Giusto così, perché il diritto penale è la scalata dell’impossibile”. E cos’è, l’impossibile? “Stabilire la verità”.