Al cinema Nelle sale «Hiedra» di Ana Cristina Barràgan

Già la cagnara all’inizio di Hiedra, la lotta simulata di due ragazzi che grugniscono, s’avvinghiano dentro l’osservatorio angusto, trepidante della camera a spalla – uno ha il profilo scrignuto, smunto, l’altro, Julio, lineamenti da indio: è una fisiognomica mossa da vitalità famelica –; la lotta per la sopravvivenza che si fa teatro, coreografia (sta tutta in quel farsi, la lotta, cioè in una dimensione di passaggio dalla mimesi alla rappresentazione), tale che anche chi sta intorno a guardare incita i contendenti con assorta partecipazione e allo stesso tempo per scherzo, consapevole della finzione; tutto ciò dice della natura del cinema di Ana Cristina Barragán, autrice, tra le registe e i registi contemporanei, tra le più dotate e consapevoli. Cioè dice di un cinema quale spazio cangiante, ambiguo, in cui il segno vaga entro i limiti dell’estesa, infinita possibilità di senso, passando da uno stadio realistico a uno espressionistico (che è sempre lì, istinto trasfigurante, sulla soglia della figura, sui contorni brulicanti, brucianti: e di lì si sporge verso un altrove semiologico); da un livore della luce che colora le cose, le sfiora in superficie, a quello che poi, un chiarore oscuro, il decrescere luminoso, le intride, passa attraverso la porosità della materia e diviene innesco, seme e fremere ferino a essudare in forma di saliva, sperma, colostro. Perciò i personaggi errano in questo interstizio, tra realismo ed espressionismo, superficie e profondità, vivendo le proprie contraddizioni: una madre – animale annusante l’umanità, che si accosta come cagna ai corpi – rimasta incinta all’età di tredici anni, ora trentenne, che si avvicina al suo presunto figlio (Julio, creolo, così diverso da lei, pallida), in procinto di lasciare l’orfanotrofio.