Nel collo di Birillo si è formato un buco, ma Ilaria non ha mai pensato di ripararlo, perché, riflette «è un nascondiglio perfetto per i miei ricordi. Foglie d’albero, bigliettini, il messaggio della Mamma. Cos’altro?». Non solo, l’orsetto di peluche che il padre le ha comprato all’inizio di quella che sarebbe potuta sembrare, e per molti versi è anche stata, un’avventura on the road, è un compagno fidato, forse l’unico su cui ha potuto contare per gli oltre due anni che ha trascorso viaggiando da un capo all’altro d’Italia. «Birillo, ricorda la bambina, dice che la cosa più importante è stare insieme. Mormora, Io non me ne andrò mai»

SCRITTRICE E ARTISTA visiva, nata a Milano ma formatasi tra il nostro Paese, la Svizzera e Parigi, dove vive attualmente, Gabriella Zalapì racconta in Ilaria o la conquista della disobbedienza (Gramma/Feltrinelli, pp. 156, euro 18) una storia inquietante, per molti versi terribile, quella di una bambina di otto anni rapita dal padre nell’Italia dell’inizio degli Ottanta del secolo scorso. A prima vista si sarebbe portati a pensare ad un’immersione nel dolore, nella perdita, in una cattività evidentemente imposta.

Ma la scelta narrativa operata con grazia e decisione da Zalapì, già autrice di un esordio, Antonia (2019), pluripremiato oltralpe, rovescia per molti versi il piano dello sguardo, restituendo ai lettori il punto di vista, e soprattutto le emozioni e i sentimenti della piccola Ilaria, vittima del padre che, non sopportando la separazione voluta dalla moglie, porta con sé la bambina per circa due anni, sottraendola all’affetto della mamma e della sorellina Ana.