In tempi in cui la superficie così come la leggerezza calviniane sono tirate in ballo più come giustificazione che come forma di possibilità e di spiegazione e in cui al romanzo si preferisce la formula di autofiction, ecco che Alice Valeria Olivero con Una cosa stupida (Mondadori, pp. 288, euro 19,50) dà corpo a un esordio privo di rimpianti verso il Novecento che fu, ma carico della consapevolezza che il nostro secolo è quello della scarsità al tempo dell’abbondanza. Scarsità di pensiero, di equilibrio, di valore a fronte di un’abbondanza che è tutta merce di scambio, superficie su cui scivolare in continuazione.

UN INFINITO STARE in posizione precaria che ha trasformato Fantozzi da dipendente a libero professionista, ma pur sempre in forma di Fantozzi, per cui perdente in condizione permanente. Olivero già autrice di Sabato champagne (Solferino) che pure le ha dato la vittoria del Viareggio come opera prima, si rivela pienamente ora in questo romanzo picaresco che ha per protagonista Adriana Franco, una giovane catanese a Milano al lavoro in quella che viene ridicolmente definita industria culturale, ma che si rivela ben presto un conglomerato labirintico cialtronesco e abborracciato. Un po’ Fantozzi e un po’ Luciano Bianciardi, Adriana si trova così a districarsi all’interno di un mondo votato alla vacuità in cui il giornalismo si confonde con il marketing e il marketing ancora non si è stati in grado di capirlo e di applicarlo. Milano non è solo lo sfondo di questo inciampo perenne, è anche l’inferno di un mondo così potentemente autoriferito da aver perso forse anche volutamente ogni riferimento.