Vivono un tempo dilatato, senza meta. Li invidiamo almeno un po’, o forse no. In questi ritratti ci guardano negli occhi, chiedendoci: chi è davvero libero?
di Gabriele Romagnoli
“Sprechiamo la gioventù a conquistare la ricchezza e la ricchezza a conquistare la gioventù”. Lo pensa uno dei personaggi di Generazione X, il romanzo di Douglas Coupland che, all’inizio degli anni Novanta, fotografò un modo di stare nel mondo: a parte. C’è chi, tra bufalo e locomotiva ha scelto il primo, scartando di lato e cadendo, rimettendosi in piedi e proseguendo, perché più alternativa di una vita sulla strada è una vita fuori strada. Può capitare, mentre viviamo le nostre vite normalizzate, di incontrarli, quelli che non inseguono nulla. Avviene in una stazione della metropolitana di una grande città; su un pullman che collega due paesi senza rilevanza alcuna; lungo il bordo di una carretera. Un mezzo o la superficie di un viaggio sono comunque coinvolte. Li registriamo con la coda dell’occhio e lì restano, per riapparire nei sogni, popolati di fantasmi della retina. Ci indicano una via che al risveglio non prenderemo. Alcuni di noi fanno finta, altri lo ammettono: li invidiamo, almeno un po’.
Viviamo vite strutturate, con obiettivi cadenzati e adatti alle diverse fasi. Nessuno vuol essere Robin ma quanti vorrebbero essere Benjamin Button, il personaggio di Scott Fitzgerald: esordire vecchi e sapienti e terminare con una cognizione e percezione attenuate. Chiamarsi fuori è un verbo difficile da coniugare. Eppure qualcuno lo fa. Eccoli. Come Michael Joseph, l’autore di questi scatti, sia riuscito a fotografarli lo sa soltanto lui: avrebbero dovuto venire mossi. Mi insegnò un ragazzino in perenne movimento nel Ruanda dopo la guerra civile: «I bersagli mobili sono più difficili da colpire». Se nei vent’anni inizi il lavoro prestabilito, metti su famiglia (la prima di tante o l’ultima), compri tutte le cose del prontuario per un’esistenza soddisfacente, sei incasellato, fisso, pronto per ricevere i colpi della vita, che è il più spietato dei cecchini. I “fuoristrada” di queste immagini li schiveranno per riceverne magari altri, che non sappiamo immaginare perché fatichiamo a capirli, questi. Suonano, ma non vogliono diventare cantanti famosi. anche se a volte li vanno a prendere, con la forza li trascinano sul palco e ne fanno delle star con una storia perfetta da mettere su Wikipedia: “era un vagabondo, quando lo ha notato Bruce Springsteen, in un parcheggio nel South Dakota…”. Scrivono, ma non pubblicano. Si divertono, ma non lo raccontano, non su un blog. Vedono il mondo e non lo mettono su Instagram.






