Nel racconto della nostra lettrice un racconto personale ma universale del momento, frequente soprattutto nella vita lavorativa di una donna, in cui il lavoro smette di nutrire e comincia a logorare. E la capacità di invertire la rotta
di Sarah Barberis
Lo dice un report di Gallup dell’aprile 2026: solo il 20% di chi lavora a livello globale si dichiara davvero coinvolto in ciò che fa. Per le donne, in particolare, il lavoro raramente è una linea continua: è un percorso che si interrompe, riparte, cambia forma e richiede un enorme investimento affettivo, un amore che a volte si scopre nel tempo anche malriposto.
Non sempre il lavoro restituisce un riconoscimento reale del valore delle competenze e della capacità di essere di servizio. A volte si svuota lentamente, diventa freddo, indifferente, incapace di riconoscere la cura, l’esperienza, il tempo donato.
Risponde questa settimana alla lettrice Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica, proponendo una visione più ampia del senso del lavoro, in cui il prendersi cura degli altri diventa valore fondante perché riconnette alla produzione di senso e significato per sé, non per gli altri. Ma per farlo serve coraggio.
