In questa puntata di Women Up, abbiamo chiesto alle nostre collaboratrici – professioniste delle risorse umane e osservatrici privilegiate delle trasformazioni del lavoro – di fermarsi un momento e nominare ciò che oggi merita la loro gratitudine: le piccole e grandi trasformazioni che hanno osservato quest’anno
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Nel 2025 l’occupazione femminile non è ancora una storia a lieto fine, ma alcuni concreti segnali di progresso si cominciano a vedere. A livello globale, la presenza delle donne nei ruoli manageriali è salita al 28,1% – dal 25,7% del 2014 – mentre nei livelli intermedi raggiunge ormai il 33,4%. Si va a rilento, ma come si dice, un progresso lento è un progresso solido. Tra le giovani donne tra i 16 e i 28 anni, la partecipazione al lavoro sfiora il 46%, un chiaro segnale che le nuove generazioni stanno cambiando il volto del mercato. Anche in Italia, nonostante le notevoli sfide, l’imprenditoria femminile cresce: oggi le titolari di partita IVA sono oltre 1,6 milioni, con una crescita di circa il 2,7% rispetto all’anno precedente. In questa puntata di Women Up, abbiamo chiesto alle nostre collaboratrici – professioniste delle risorse umane e osservatrici privilegiate delle trasformazioni del lavoro – di fermarsi un momento e nominare ciò che oggi merita la loro gratitudine: le piccole e grandi trasformazioni che hanno osservato quest’anno. Le loro voci raccontano un progresso reale: riconoscere ciò che funziona oggi non è solo un gesto di gratitudine, ma un atto professionale e politico. Perché ogni passo avanti che oggi possiamo nominare poggia su un’eredità spesso invisibile: siamo tutte sulle spalle delle donne che sono venute prima di noi e che di quei diritti non hanno sempre potuto beneficiare. Per Francesca Parviero, esperta in cultura del lavoro inclusiva ed equa ed empowerment femminile, la scelta di non puntare sulle risorse umane è un problema politico, che va affrontato a livello strutturale: «Nel 2025 non ho lavorato con gruppi di donne nelle aziende quanto è accaduto negli anni precedenti, e le stesse hanno ammesso una difficoltà: sono comparsi ostacoli politici e culturali e le organizzazioni si sono congelate. Se certi progetti, dopo 50 anni, sono ancora decorativi e non organici, strutturali, il modello delle risorse umane è fallito». Per Roberta Zantedeschi, consulente HR, business coach umanistica e autrice, il 2025 è stato un anno per affermare con forza la priorità della cura di sé: «Con il mio ultimo libro, Fidati che c’è tutto, ho detto una cosa chiara quanto scomoda: prendersi cura di sé e coltivare amor proprio è l’unico modo sostenibile ed efficace per prendersi cura degli altri e del proprio lavoro. Ho lavorato con donne che dovevano imparare a gestire il tempo prendendosi cura delle proprie energie e delle proprie emozioni. Abbiamo lavorato sulla capacità di dire di no, di porre limiti, di riconoscere quando una richiesta non è un dovere ma un’invasione. Ho visto manager iniziare a mettere confini nelle riunioni, professioniste rinegoziare carichi di lavoro insostenibili, collaboratrici sperimentare un modo diverso di stare in relazione con le richieste. Ho visto donne fermarsi per chiedersi cosa amano davvero, cosa desiderano e come dedicarsi del tempo di qualità. Ho anche visto donne in profonda difficoltà nel rivedere abitudini, nel mettere in discussione credenze e nel riconoscere i propri “pensieri killer”. Perché no, non è facile rendersi partecipi del proprio benessere e farlo dentro un sistema che riconosce e valorizza prevalentemente la performance, la conquista del potere, l’efficienza e la produttività. Eppure, il 2025 mi ha insegnato che quando le donne smettono di considerare la cura di sé come un lusso e iniziano a trattarla prima come un diritto e poi come una competenza strategica, cambia qualcosa di strutturale: non solo nel loro lavoro, ma nel modo in cui agiscono nel mondo, e lo cambiano». «Nel corso dell’anno ho lavorato con donne molto diverse: dipendenti, professioniste, responsabili di team, imprenditrici, di generazioni differenti», racconta infine Silvia Gazzotti, psicologa del lavoro, che comincia a vedere un panorama più nitido: «Sempre più spesso emergono richieste chiare: ridefinire ruoli e responsabilità, tracciare confini netti tra competenze e compiti dati per scontati, riconoscere formalmente la leadership, gestire clienti e comunicazione in modo più assertivo, tutelando professionalità e limiti. Nel 2025 ho parlato molto anche di stili comunicativi, gestione del conflitto e micro-tensioni quotidiane che colpiscono soprattutto le donne: essere collaborative ma assertive, empatiche ma performanti, disponibili senza diventare invisibili». Il suo bilancio è positivo: «Il 2025 è stato un anno di consolidamento delle condizioni necessarie perché le donne potessero restare, crescere e scegliere. Nel lavoro, a volte, è proprio questo che fa la differenza: tra resistere e costruire, tra adeguarsi e creare la realtà professionale che si desidera e si merita”.









