La nuova puntata della rubrica Women Up è dedicata allo smart working, che potrebbe ridurre le disuguaglianze e agire da cuscinetto sociale, ma finisce per esporre le donne a rifiuti, rinvii e silenzi amministrativi, colpendo soprattutto chi è più fragile per età o condizioni di salute

di Sarah Barberis

In Italia oltre il 70% del lavoro di cura non retribuito è svolto dalle donne. Una cura che ha un costo in termini di energie, salute, benessere emotivo. Un costo che la società continua a non registrare, come se le donne disponessero di una misteriosa quota di energia in più rispetto alla controparte maschile. Non a caso, secondo i dati, sono più spesso loro a chiedere lo smart working: per conciliare figli, genitori anziani, salute. Anche la propria. È un diritto. Ma quando l’accesso alla flessibilità è subordinato alle vaghe “esigenze di servizio”, il diritto diventa una concessione e la concessione una forma di potere. Così lo smart working, che potrebbe ridurre le disuguaglianze e agire da cuscinetto sociale, finisce per esporre le donne a rifiuti, rinvii e silenzi amministrativi, colpendo soprattutto chi è più fragile per età o condizioni di salute. La lettera di Sabrina, questa settimana, ci racconta di una donna che ha usato tutti gli strumenti a sua disposizione e non ha ancora trovato giustizia, ma ormai è troppo stanca per lottare. Risponde Sabrina Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica. Buongiorno, ho letto la storia della signora Carla, costretta alle dimissioni dal pubblico impiego. Ha già spiegato tutto molto bene, anche per quel che mi riguarda. Io ho 65 anni e lavoro da circa 30 in un tribunale. Durante la pandemia ho usufruito della possibilità di lavorare in smart working per motivi di salute, e ho potuto continuare fino al 30 aprile 2024. Per generiche esigenze lavorative (in realtà per cambio dirigenziale) sono dovuta tornare al lavoro in presenza. Per le persone definite fragili è prevista la modalità smart working “purché le esigenze di servizio lo consentano”. Con questa dicitura è stato possibile per le dirigenze che si sono avvicendate non autorizzare una modalità lavorativa che adesso è prevista dal nostro CCNL. Un’altra “bella idea” è stata quella di prendere tempo: “valuterò se autorizzare e… le faremo sapere”. Dopo 15 mesi di attesa, durante i quali mi sono rivolta al sindacato, ho scritto al Ministero, ho parlato e poi scritto all’ispettrice che è venuta a compiere la consueta ispezione biennale. Ho presentato tutti i certificati medici possibili che indicavano la necessità di lavorare in smart working, compreso quello del medico aziendale (!). Ho deciso di rivolgermi in privato a un avvocato. Due mesi fa, purtroppo, ho dovuto subire un pesante intervento chirurgico. Visto che le mie condizioni di salute erano già peggiorate, ho deciso di arrendermi. Anche il mondo del lavoro persegue la cultura dello scarto: se sei in età avanzata e per di più non sano non servi più, sei uno scarto che deve essere eliminato. Io non ho mai avuto problemi di comportamento sul luogo di lavoro; anzi, la mia attività lavorativa in smart working è sempre stata apprezzata. Ora non ho più energia per far valere le mie ragioni. Attualmente sto usufruendo delle giornate di malattia legate alla convalescenza e alle cure. Ho tanti giorni di ferie e desidero chiedere un anno di aspettativa non retribuita per arrivare al primo aprile, data del pensionamento per limiti di età. Spero che la misera pensione a cui ho diritto mi permetta una vita almeno dignitosa, dal momento che neanche tutte le cure sanitarie sono fornite gratuitamente dal SSN. Per il resto, ha già detto tutto la signora Carla. Sabrina Gentile Sabrina, tu hai fatto tutto quello che una persona può fare: hai chiesto, hai documentato, hai coinvolto sindacato, ministero, ispettrice. Hai portato certificati medici, incluso quello del medico aziendale. Hai aspettato e poi la resa. Che non è debolezza, ma consapevolezza e amor proprio. Questa potrebbe sembrare una storia sulla mancanza di flessibilità e sul work-life balance. In realtà è una storia di diritti negati. La storia su come un diritto contrattuale viene negato usando la discrezionalità direzionale come clava. "Le faremo sapere" è una forma di violenza amministrativa: ti tiene in ostaggio senza darti né un sì né un no definitivo su cui agire. Ho alcune cose da dire.Alle donne che leggono: i diritti esistono sulla carta. Smart working per fragilità, tutele, CCNL. Ma l'accesso a quei diritti non è equo. Dipende da chi ha il potere di dire "le esigenze di servizio non lo consentono" – formula magica che trasforma il diritto in concessione. Saper riconoscere quando lavorate in un contesto che usa la discrezionalità contro di voi è una competenza da sviluppare. I segnali che potete osservare: risposte che non arrivano, "valuterò" che dura mesi, certificati medici ignorati, tempo usato come arma di logoramento. E qui la parte più dura: andarsene è spesso l'unica mossa di cura possibile. Eppure – e questo va detto con chiarezza – non tutte hanno la possibilità di farlo. Sabrina ha 65 anni, è a mesi dalla pensione, ha subito un intervento. Non possiamo dire "dovevi andartene" a chi non ha reti, margini economici, salute, alternative. Ma possiamo dire: se avete quei margini, usateli. Non aspettate di non avere altra scelta. E trasmettete questa competenza a figlie e figli: saper riconoscere quando un sistema vi sta usando, e avere il coraggio e le risorse di sfilarsi quando potete. Ad aziende e istituzioni: il problema non è tecnico (lo smart working funziona, questa donna lo dimostrava con risultati apprezzati). Il problema è culturale: la "cultura dello scarto" che lei nomina con precisione. Quando una persona è "in età avanzata e per di più non sana" – aggiungiamo pure “donna” – si trasforma in un fastidio organizzativo da marginalizzare. Il tema non è "possiamo dare flessibilità a chi lavora?". Il tema è: chi ha il potere di negare diritti usando le "esigenze di servizio" come scudo? E chi controlla quel potere? Finché la risposta è "nessuno", i diritti restano sulla carta. E allora queste lettere sono ancora più preziose perché c’è bisogno di parlarne, di fare rete, di testimoniare una cultura sessista, ageista e discriminante. Per riconoscerla e renderla sempre più desueta. Roberta Zantedeschi