Questa storia fa luce su un fatto: oltre la semplice disoccupazione, c’è una mobilità lavorativa bloccata, che lascia molte donne senza alternative quando subiscono discriminazioni o abusi sul posto di lavoro

di Sarah Barberis

In Italia, solo poco più della metà delle donne tra i 20 e i 64 anni lavora: il tasso di occupazione femminile si ferma al 52,5%, contro il 70,4% degli uomini. Tutto questo in un paese sostanzialmente immobile: nel Nord le donne lavorano di più, mentre nel Sud molte restano ai margini non per scelta, ma per mancanza di servizi, trasporti e reti di sostegno. Anche quando lavorano, poche riescono a salire: solo una su tre tra chi occupa posizioni manageriali è donna. Questo paesaggio stagnante ci parla di qualcosa di più profondo della semplice disoccupazione: una mobilità lavorativa bloccata, che lascia molte donne senza alternative quando subiscono discriminazioni o abusi sul posto di lavoro.

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La lettera di questa settimana, firmata da Elisa, racconta proprio questo. Dopo aver denunciato comportamenti inappropriati e dinamiche di mobbing, è stata isolata, spostata, resa invisibile. Il suo trasferimento, invece di proteggerla, è servito solo a rimuovere quello che la dirigenza considerava il problema: lei. Ma quando la “soluzione” proposta è la fuga, resta una domanda aperta: scappare dove? Nel nostro Paese, cambiare lavoro è spesso un privilegio: le opportunità scarseggiano, i canali di protezione sono deboli e chi alza la voce rischia di essere esclusa. Così molte donne restano dove stanno, per necessità più che per scelta, in ambienti che logorano la fiducia e svuotano di senso la parola “merito”.