Lucia rientra in quel 31% di lavoratrici che ha subito molestie sessuali sul lavoro, ed è esemplificativa – spiega la psicologa e psicoterapeuta Camilla Hennig – del freezing: paralizzata per lo shock non riesce a reagire e, a distanza di anni, si colpevolizza (anche) per questo
di Sarah Barberis
Immagina di iniziare la tua carriera piena di entusiasmo, e di ritrovarti invece zittita, messa da parte o segnata da comportamenti sessuali indesiderati. È la realtà di milioni di donne in tutta Europa. La più grande indagine europea del 2025 sulla violenza contro le donne, condotta da Eurostat, FRA ed EIGE e basata sulle esperienze di quasi 115.000 donne, mostra che il 31% delle lavoratrici ha subito molestie sessuali sul lavoro, una percentuale che sale al 42% tra le giovani tra i 18 e i 29 anni. Le molestie sessuali attraversano il mondo offline e online. Accadono a porte chiuse, durante incontri dopo il lavoro, viaggi d’affari, eventi fuori sede o negli spazi digitali, attraverso social media, app di messaggistica o email.
Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà
La straordinaria lettera di questa settimana racconta proprio una di queste storie di molestia: parla di un fatto e di un silenzio, di un dubbio e di una rabbia che non trova voce, una scoria radioattiva che scorre sottotraccia e inquina pensieri e ambizioni. Risponde a Lucia la psicologa e psicoterapeuta femminista Camilla Hennig, che mette in luce gli aspetti più problematici della vicenda e propone riflessioni e strategie per restare nel proprio potere, anche — e nonostante — queste situazioni di abuso purtroppo così diffuse.






