“Parlo a te e a tutte le lettrici di questa rubrica”, scrive Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica cui abbiamo chiesto di commentare la storia: “Non abbiate paura a chiamare con il nome giusto quello che ci succede in situazioni simili a quella descritta”

di Sarah Barberis

Secondo analisi basate su dati INAIL e su studi di medicina del lavoro, oltre il 60% dei casi di mobbing denunciati in ambito sanitario riguarda donne e, nella maggior parte dei casi, l’azione vessatoria proviene da un superiore diretto. La dinamica è ricorrente: prima il riconoscimento informale, poi la promessa di crescita, infine la sottrazione progressiva di incarichi, visibilità e — soprattutto — autorevolezza. La storia di Melania di questa settimana racconta bene questa dinamica nel suo funzionamento strisciante e subdolo, capace di erodere lentamente l’autostima e di far dubitare delle proprie facoltà di discernimento. A rispondere, anche per validare le istanze pienamente legittime della nostra lettrice, è Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica.

Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà.

Mi chiamo Melania e sono un medico ospedaliero, una neonatologa intensivista. Cinque anni fa sono stata contattata da un primario di un ospedale diverso da quello in cui lavoravo al tempo, che mi chiedeva se volessi andare ad aprire la terapia intensiva neonatale nell’ospedale dove lui era direttore UOC e capo dipartimento, promettendomi la responsabilità del reparto. Allettata dalla proposta e sicura delle mie altissime competenze, ho accettato e mi sono trasferita con il comando. Ho iniziato a lavorare e venivo presentata a tutti come la responsabile della TIN che stavo creando con grande impiego di energie, formazione, tecniche e procedure. Ho praticamente trasferito il mio know-how agli altri medici. I casi iniziavano a essere più complessi ed io venivo chiamata a qualsiasi ora del giorno e della notte quando c’erano criticità gestionali. I successi venivano riportati sui giornali locali e mi era stato affidato anche l’insegnamento di Neonatologia all’università. Nel frattempo, il comando si era trasformato in mobilità e quindi ero, a tutti gli effetti, dipendente dalla nuova azienda. Peraltro, il direttore mi aveva detto che era necessario fare il passaggio definitivo per poter poi accedere alla responsabilità del reparto. Erano passati poco più di due anni quando qualcosa ha iniziato a modificarsi. Poiché facevo anche le ecografie, mi sono imbattuta in un neonato a cui dovevo fare l’ecografia renale subito dopo la nascita e gli ho riscontrato una importante idronefrosi associata ad anuria. Ho provato a cateterizzare il neonato, ma il catetere non progrediva in vescica, per cui ho ipotizzato che avesse una malformazione nota come valvole dell’uretra posteriore. Ho quindi trasferito il neonato per competenza chirurgica.