Una grande azienda, apparentemente attenta al welfare, e una donna di 45 anni, alle prese con la desiderata prima gravidanza in un clima velenoso e ostile. Una storia che parla a tutte noi. L’esperta: “Serve informazione, prevenzione e un cambio di atteggiamento da parte degli uomini”

di Sarah Barberis

In Italia esistono leggi, aggiornate anche con la Legge di Bilancio 2025, che dovrebbero tutelare le neo-mamme — dal divieto di licenziamento al diritto al rientro, dalla flessibilità ai riposi per allattamento. Ma troppo spesso queste garanzie restano solo sulla carta: molte donne vengono spinte fuori dal lavoro attraverso pressioni sottili, demansionamenti o veri e propri casi di mobbing. Secondo l’Osservatorio Nazionale Mobbing, soltanto una piccola parte delle vittime arriva ad avviare un’azione legale: la maggioranza rinuncia, logorata dalla fatica emotiva o timorosa delle conseguenze economiche. I dati più recenti fotografano la portata del problema: nel 2024, su oltre 60 mila dimissioni convalidate tra neo-genitori, il 69,5% (42.237 casi) ha riguardato le madri, e nel 77,5% dei casi la ragione dichiarata è stata l’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia. Quanti di questi casi nascondono però il velenoso fenomeno del mobbing?