Costituiscono la maggioranza della forza lavoro, eppure il loro ruolo soffre di uno squilibrio strutturale e soccombe a comportamenti e pratiche ostili
di Sarah Barberis
Quando si parla di lavoro nella pubblica amministrazione, il racconto dominante continua a essere miope e schiacciato su stereotipi avvilenti. Ancora di più quando a lavorare, e a pagare il prezzo più alto, sono le donne. I dati lo confermano: le donne costituiscono oltre il 67% dei dipendenti pubblici in Italia (escludendo forze armate e polizia), secondo l’ultimo rapporto ISTAT sulle istituzioni pubbliche, e circa il 60% dei nuovi assunti nel settore pubblico nel 2023 era donna. Allo stesso tempo, restano sottorappresentate nei ruoli dirigenziali, con una quota nettamente inferiore rispetto alla loro presenza complessiva.
Questo squilibrio strutturale si accompagna, purtroppo, a una presenza diffusa di comportamenti ostili e pratiche di gestione autoritaria, in contesti dove la cultura del rispetto resta spesso un principio formale più che una realtà quotidiana. La storia di questa settimana descrive proprio il clima di paura e insicurezza di chi lavora in un ambiente, quello pubblico, che dovrebbe invece essere una casa che opera per il bene comune del Paese. Risponde alla nostra lettrice Francesca Parviero, esperta in cultura del lavoro inclusiva ed equa ed empowerment femminile.






