È stato detto molte volte, e giustamente, che qualsiasi romanzo cela in sé stesso un romanzo di formazione che, appunto, è il romanzo dove qualcuno diviene adulto affrontando le stazioni conflittuali della propria crescita, nel contrasto ineluttabile tra l’«ideale» (le aspirazioni, i sogni, le utopie) e il «reale» costituito in essenza dai limiti più o meno incoercibili che gli sono imposti dalla società. E va da sé che divenire adulti, imparare a proprie spese dalla società, esige sempre un prezzo che può essere anche il più alto e coincidere persino, come insegnano i casi di Werther e Ortis, con la morte di chi si sta formando.

NON FA ECCEZIONE il caso di un Bildungsroman a firma dell’argentino Carlos Aletto, Undici secondi (Minerva, «Oltre il novantesimo», pp. 303, euro 20) che ora esce in Italia nella davvero splendida versione di Fabrizio Gabrielli. Si tratta, va aggiunto subito, di un’opera magnanima, di struttura composita e respiro profondo, in cui si articolano modalità diverse della forma-romanzo per cui l’apprendistato del protagonista (la crescita di un ragazzo che ha lo stesso nome e decorso esistenziale dello scrittore, nato a Mar del Plata nel ’67) è la barra d’appoggio per un panottico che inquadra la società argentina dell’ultimo mezzo secolo, principiando dagli anni che vedono la fine del regime di Perón e il principio, viceversa, della dittatura militare. Si potrebbe aggiungere che la struttura del romanzo si apre a panoplia e ciò suggerisce l’abbia scritto, per la leggerezza picaresca con cui si muovono il protagonista e gli altri personaggi, un lettore di Huck Finn o L’éducation sentimentale e senza dubbio dell’archetipo di ogni altro possibile romanzo il quale si intitola, naturalmente, El Ingenioso Hidalgo Don Quijote. Nel cui archetipo, per l’appunto, convivono l’utopia poetica e sempre frustrata del vecchio Hidalgo patito di cavalleria con il realismo, intessuto di buon senso e disincanto, di Sancho suo fido scudiero.