Nei romanzi di Niccolò Ammaniti, c’è un momento preciso in cui l’infanzia smette di essere riparo e diventa un confine da varcare. Il custode (da domani in libreria per Einaudi Stile Libero, pp.176 €16,50) si colloca esattamente su questa linea di frattura. Il romanziere romano non racconta soltanto il timore dell’ignoto, ma l’istante in cui un adolescente scopre che crescere significa anche dover scegliere tra obbedienza e libertà, fra le regole e i sentimenti. Perché non sempre una casa è un rifugio, talvolta, sembra una prigione costruita sui doveri e Ammaniti racconta una famiglia matriarcale che da generazioni custodisce un antico segreto, un incarico che non consente alcuna scelta.

Il protagonista, Nilo Vasciaveo, ha tredici anni e vive con la madre e la zia a Triscina, un borgo siciliano affacciato su un mare che d’inverno sembra trattenere il respiro: le case basse, la spiaggia fuori stagione, il vento che spazza la sabbia compongono un paesaggio sospeso, come una bolla nel tempo. Ma il centro del romanzo è proprio questa casa isolata, un luogo claustrofobico che non ammette concessioni per proteggere un male che evoca un tempo remoto. Ammaniti torna così a quella soglia inquieta che attraversa tutta la sua narrativa dell’infanzia: la linea d’ombra che separa il mondo protetto dei ragazzi dalla rivelazione improvvisa del lato oscuro degli adulti.