Non è facile essere giovani, di questi tempi. Non è facile entrare nell’età dell’adolescenza con una sorta di indelebile sensazione – ampiamente comprensibile – che non si possa contare, che non sia possibile cambiare il corso delle cose. Non è facile guardare al mondo adulto cercando il giusto conforto, l’aiuto per trovare una direzione e incontrando troppo spesso codardia, doppi standard, un terrificante ritorno dell’amore per la guerra, e una contagiosa incapacità di essere empatici, di sentire ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. Nasce da queste premesse l’esigenza di continuare a raccontare la storia di Lorenzo Perrone, l’uomo che ad Auschwitz salvò Primo Levi – l’avevo ricostruita nella biografia Un uomo di poche parole (Laterza 2023), un saggio poi tradotto in sei lingue e uscito in dieci Paesi. La sfida, questa volta, è stata provare a portare questa parabola umana straordinaria e struggente agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che vivono i nostri tempi con spaesamento e paura, e che rischiano di diventare facili prede di questa rediviva retorica dell’odio e del disprezzo scaricata sconsideratamente da chi in questi stessi anni ne ha fatto largo uso su chi ha provato a contrastarla. È la storia di un uomo di Fossano, cittadina del cuneese, che a trentotto anni arriva ad Auschwitz come lavoratore volontario e non come deportato, con un soprannome (“Il Tacca”, l’attaccabrighe) appiccicato addosso da generazioni. E fa la scelta giusta, controcorrente. Dal primo incontro con il giovane chimico Primo, quindici anni in meno di lui, uno schiavo come tanti destinato come quasi tutti a svanire nella Shoah, Lorenzo Perrone rischia ogni giorno, per sei mesi, la vita, portandogli clandestinamente da mangiare e aiutandolo a comunicare con la famiglia in Italia, donandogli calore e speranza. L’incontro di Levi con “Il Tacca”, il muratore fossanese che avrebbe potuto sfogare sugli schiavi degli schiavi come lui tutta la frustrazione di una vita passata a capo chino a faticare, approfittando del potere relativo che la sorte gli aveva regalato, cambiò il corso della Storia; perché mise in atto la più radicale e intransigente capacità di bene. Nell’opera di Levi, lungo tutti i quattro decenni (da Se questo è un uomo (1947) a I sommersi e i salvati (1986), in cui il più importante testimone della Shoah tornerà su questa storia e sulla sua memoria) Lorenzo si trasfigura, pur in un’aderenza pressoché totale del “personaggio” alla figura storicamente esistita, nell’incarnazione del Bene. E già il giovane Levi, per quanto solo all’inizio di un percorso di lettura storica, antropologica, etologica dell’esperienza del Lager, comprese perfettamente come questa incommensurabile generosità avesse un portato universale. «Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova (scrisse già nell’edizione De Silva di Se questo è un uomo), io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi». Lorenzo fu un moto perpetuo di solidarietà, perché era stato in grado di vedere un altro essere umano che stava sprofondando, e aveva agito di conseguenza; per dirla con Il messaggio di Ta-Nehisi Coates, appena pubblicato in italiano per Einaudi: «Non si può agire su ciò che non si riesce a vedere». È una storia, questa, con un finale assai amaro. Lorenzo tornò triturato dall’esperienza di “Suiss”, così lui chiamava Auschwitz, liberatosi di quel futuro apparentemente già scritto (non era più “Il Tacca”), ma allo stesso tempo si lasciò andare, perché la vita non gli interessava più, dopo che aveva visto, nel cuore del male politico del Novecento europeo, ciò di cui è capace l’essere umano. E nel dopoguerra si sentiva nuovamente inutile, uno straccio; ai margini; un essere umano che aveva contato, certo, ma la cui storia, così, finiva. Raccontarla nuovamente è stato possibile provando a osservarla letteralmente dal basso (la voce narrante è quella delle sue scarpe), senza smussare gli aspetti più drammatici di un’esistenza trascorsa in gran parte tra risse, alcol e disperazione; e la necessaria delicatezza mi pare che si sia raggiunta soprattutto grazie alle splendide illustrazioni di Paolo Castaldi, che ha interpretato in maniera poetica e toccante questa storia di salvezza che mi auguro aiuti a educare all’empatia chi ha avuto in sorte di muovere i suoi primi passi consapevoli nel mondo in questi anni, in questi tempi oscuri. In cui sicuramente c’è (non può non esserci: c’è sempre) «qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura»; in cui continua a esistere, e quasi sempre agisce, per terra e per mare, dal basso, quella «remota possibilità di bene» per cui vale la pena continuare a sperare.