Ci sono scrittori che inseguono tutta la vita il successo e altri che sembrano sottrarsi persino alla gloria. Nel 2006, la scrittrice indiana Kiran Desai vinse il Booker Prize con Eredi della sconfitta e sparì dalla scena letteraria. Vent’anni dopo, con La solitudine di Sonia e Sunny - in libreria per Adelphi dal 22 maggio, nella traduzione di Giuseppina Oneto - firma un romanzo potente: settecentosessantadue pagine per una storia d’amore che attraversa India, Stati Uniti e approda a Venezia, con un cast sterminato di famiglie, amanti e fantasmi coloniali. Un libro capace di narrare il mondo e, insieme, di coglierne tutte le sfumature, una storia intrisa di dolce malinconia, perfettamente congeniale a un tempo che promette libertà ma produce spaesamento. Con La solitudine di Sonia e Sunny, l’autrice 54enne svela il crudele rovescio della globalizzazione: avremmo dovuto essere più liberi, istruiti, padroni di noi stessi.
Questo romanzo dimostra che si può vivere tra due continenti, studiando nei college più importanti, inseguendo l’amore senza rinunciare alla carriera, per poi scoprire che la nostra identità è un cantiere aperto e noi non apparteniamo a nessuno. Nemmeno a noi stessi. Il libro attraversa gli anni Novanta e l’inizio dei Duemila mentre Sonia e Sunny sono legati da un destino quasi inevitabile: entrambi indiani, figli di famiglie agiate, spediti all’estero per studiare in un mondo pieno di possibilità. In un college del Vermont, lei è impigliata in una relazione tossica con Ilan, un pittore narcisista e manipolatorio; Sunny, invece, è un giovane giornalista a New York, inquieto e ambizioso, in fuga da una madre possessiva. Il loro incontro avverrà su un treno notturno in India e da lì nascerà un amore travolgente ma fragile, continuamente minacciato da faide familiari, superstizioni e da un misterioso amuleto che Sonia smarrisce, come fosse il segno di una protezione perduta.







