Tutti noi abbiamo un vecchio giocattolo o un gioiello in grado di riportarci nel passato, lasciando affiorare vecchi ricordi, o capace di immergerci in una condizione di familiarità dove ogni preoccupazione svanisce: una “comfort zone” in cui ritrovare una serenità perduta. Questi oggetti, tuttavia, possono generare anche l’effetto opposto. Chi di noi non ha smesso di ascoltare una canzone perché legata a momenti difficili della vita, come una passata relazione o antichi drammi che preferiremmo tenere chiusi in un cassetto della memoria? Nella filosofia della mente, la studiosa Giulia Piredda definisce questi elementi "artefatti affettivi": oggetti o opere con cui moduliamo lo stato emotivo e a cui agganciamo parte della nostra stessa identità (in What is an affective artifact? A further development in situated affectivity).Noi esseri umani, infatti, non ci accontentiamo di costruire le mura dei palazzi in cui vivere, ma plasmiamo l’ambiente affinché rispecchi il nostro mondo interiore, regolando così il nostro garbuglio emotivo. Piredda fa riferimento ai gioielli che indossiamo, come un anello regalato dalla persona amata: se la relazione procede al meglio, indossarlo e osservarlo durante la giornata donerà gioia e appagamento; se invece stiamo attraversando una crisi, lo stesso oggetto alimenterà rabbia, dispiacere o frustrazione. È come se tentassimo di costruire un castello, una fortezza sicura adornata da statue che evocano la nostra storia. È ciò che accade a un musicista quando compone, lasciando al proprio strumento il timone della sfera emotiva. Anche come semplici ascoltatori compiamo un gesto simile, modellando le nostre playlist in base agli stati d'animo che desideriamo contattare. Persino i bambini, attraverso il gioco, regolano il loro piccolo cosmo interiore attraverso giocattoli e cartoni animati: solo anni dopo si accorgeranno di quanto quegli artefatti abbiano inciso nella formazione della loro identità.Umberto Eco, nella sua Bustina Storia di Angelo Orso, racconta come da bambino fosse così affezionato al suo piccolo peluche che la famiglia, dopo anni di usura, scolorimento e ciuffi di paglia fuoriusciti, organizzò per il giocattolo persino un funerale, pur di salutarlo con il rispetto che meritava. Scrive l’autore: “Perché ricordo Angelo Orso? Perché sono scomparsi anche i tempi in cui un bambino poteva vivere con lo stesso giocattolo per quasi due lustri, che tanta fu la vita felice di Angelo Orso. […] Credo sia duro per un bambino non poter più dedicare quasi una vita a un solo oggetto magico, mentre su di esso si incrostano memorie ed emozioni. Come mancare di un diario, o vivere in una terra senza monumenti”. In realtà, i bambini di oggi e noi nel passato ci comportiamo alla stessa maniera: basta guardare Toy Story, in cui il piccolo Andy ha bisogno di Woody e Buz per riuscire a esprimere una parte di sé. Il fatto che Toy Story torni nuovamente al cinema con il quinto capitolo della saga indica che il film stesso è diventato un artefatto affettivo per chi è cresciuto tra i suoi colori, al grido di: “Verso l’infinito e oltre!”. Tuttavia, questa dinamica non si limita all'infanzia: continuiamo a creare artefatti affettivi per esplorare e regolare i nostrisentimenti. Non utilizziamo gli oggetti solo per scopi strumentali, come i computer con cui alleggeriamo il carico di lavoro. Con alcuni di essi instauriamo un legame profondo che permette di amplificare o smorzare i nostri sentimenti, evocando i ricordi che vi si sono depositati e suggellandovi una parte della nostra personalità. Essi si trasformano così in segnalibri della nostra storia. Lasciamo che l'ambiente in cui viviamo, un’atmosfera tempestata di anelli, canzoni, film e fotografie, modelli i lineamenti della nostra identità e, allo stesso tempo, scolpiamo su di essi un frammento della nostra esistenza. È un po’ ciò che facciamo con i tatuaggi. Non imprimiamo sul nostro corpo un simbolo solamente perché “ci piace”: tracciamo un disegno, incidiamo una citazione o delle coordinate geografiche perché sappiamo che esprimono delle parti di noi, a tal punto da desiderare di radicarle sulla pelle. Ci tatuiamo per lasciare che il nostro corpo cambi, ma che lo faccia diventando ancora più “nostro”, uno specchio del nostro animo. Ci tatuiamo per creare un artefatto affettivo, per entrare in contatto con le parti di noi che quel simbolo riesce a evocare, consapevoli che ciò che il tatuaggio esprime fa parte della nostra storia, a volte dolorosa e altre straordinaria: una storia in cui continuiamo a riconoscerci, nonostante i cambiamenti che abbiamo attraversato.