la storia

di Benedetta Boldrin

«Il gioiello oggi è diventato autobiografico. C’è il lato estetico, sì, ma c’è anche quello psicologico. Non si compra solo perché è bello o perché è un investimento, ma perché racconta qualcosa di sé, di una persona, di una perdita». Aloisia Rucellai non ha ancora 30 anni ed è a capo di un brand di gioielli «bespoke», su misura, che porta il suo nome: ci si è ritrovata all’improvviso, un anno fa, dopo la morte del padre.Era il 18 agosto 2025 quando Simone Rucellai, alla guida dell’azienda di famiglia, è morto: «Mi ero appena licenziata per andare a lavorare stabilmente con lui. Mi sono buttata con tutto quello che lui mi ha insegnato e porto avanti questo doppio patrimonio, il suo e quello di mia nonna».

I primi gioielli negli anni Cinquanta

La «prima» Aloisia, infatti, è stata la nonna: nata nel 1928 a Venezia, sposa negli anni Cinquanta il nobile fiorentino Niccolò Rucellai. Appassionata di disegno, immaginava paesaggi e forme mitologiche incidendoli sulla pietra paesina, una pietra tipica della Toscana. E inizia per gioco a disegnare gioielli, per se stessa e per le amiche. Utilizza anelli e bracciali vecchi e fuori moda, li smonta e ridà loro vita. Incontra Fulco di Verdura, il duca «dei gioielli» amato da Coco Chanel e dalle signore di Manhattan, e riceve ulteriore spinta. Finché, grazie all’amicizia con il gioielliere Cesare Settepassi e agli orafi fiorentini, le creazioni di Aloisia prendono realmente forma. «Con il tempo - racconta la nipote - i suoi gioielli sono entrati nelle collezioni di importanti famiglie italiane e internazionali».Nel 1984 Aloisia muore all’improvviso e il brand passa sotto la guida del figlio, Simone, che si ritrova in mano un archivio di più di 600 disegni. «Aveva 27 anni, la stessa età che avevo io quando mio padre è mancato – riflette Aloisia – La storia si ripete ora con me, ci penso e questo mi dà molta forza».Aloisia non ha studiato design, come non lo aveva fatto suo padre e tanto meno sua nonna, ma progettare gioielli «è parte del nostro essere», dice. Non potrebbe fare altrimenti: «Sono cresciuta circondata dai disegni, dai gioielli, dai racconti di questa nonna straordinaria. E vedevo il lavoro di mio padre come parte della quotidianità». Aloisia parte, all’università a Londra, dalla storia dell’arte, poi a New York frequenta un master in business dell’arte da Sotheby's, lavora in diverse gallerie a Londra, «ma aiutavo sempre mio padre con idee, realizzazione di schizzi e anche sul lato del marketing. Ho passato tanto tempo con lui».