Sempre più spesso, rispetto a smartphone e social, ci troviamo a preferire oggetti che richiedono attenzione e intenzione: dischi, libri, foto in pellicola, magazine... Piccoli piaceri in cui anche l’attesa diventa “parte fondamentale dell’esperienza”
di Giuliano Aluffi
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Prendete questo magazine, qualche libro meglio se in formato tascabile, un ferro da uncinetto e un gomitolo di lana, poi ancora procuratevi un taccuino e una matita, pochi pennarelli, un cruciverba, un libro da colorare e un cubo di Rubik. Insomma, dimenticate ciò che richieda un caricatore, un cavo o una batteria, poi mettete tutto in una shopping bag e avrete il lasciapassare contro l’oppressione del digitale: una analog bag. Quella che un tempo era semplicemente una borsa di stoffa, oggi sfoggia l’aggettivo “analogico” come un distintivo. La ribellione al digitale nasce (anche) paradossalmente online, in un video virale su TikTok realizzato da una creator californiana: Sierra Campbell che, presentando la sua creazione, ha dichiarato: “La mia più grande paura è trovarmi a rimpiangere, sul letto di morte, il tempo passato col cellulare in mano”. Il suo sacchetto in tessuto non è più un oggetto, ma un manifesto che qualifica come alfieri della gioia della disconnessione. Dalla Fomo (Fear of missing out), insomma, si è passati alla Jolo (Joy of logging off).







