Il testo richiede il naturalismo della scena, dice la nota finale dell’autore. Riva abbandonata può essere rappresentato durante il programma di un peep-show, Materiale per Medea in riva a un lago nei pressi di Strausberg, che può essere una piscina fangosa a Beverly Hills o i bagni di una clinica psichiatrica, suggerisce Heiner Müller. Potrebbe sembrare l’estremo sberleffo dello scrittore tedesco all’arte dell’attore, costretto a misurarsi con un testo che appare a tratti impenetrabile. È invece piuttosto un’indicazione di metodo, una richiesta forte all’interprete di porsi alla stessa estrema altezza delle parole. Dove reminiscenze classiche si intrecciano a squarci crudeli sulla storia del Novecento, quella tedesca innanzitutto, che deflagra subito nell’immagine dei disertori impiccati ai lampioni, con la lingua penzoloni e un cartello sulla pancia. È un’indicazione che Agata Tomšič ha preso molto sul serio nell’affrontare da interprete e regista Materiale per Medea, titolo riassuntivo sotto cui è qui raccolto il trittico dedicato al mito di Medea, invettiva disperata, requisitoria spietata contro l’uomo che l’ha lasciata, evocazione sofferta della vicenda che è costretta a rivivere. Senza escludere il prologo e l’epilogo che ne costituiscono anche le parti più ermetiche, apocalittiche e visionarie (l’abbiamo visto al teatro Rasi nell’ambito del festival Polis, quest’anno dedicato da ErosAntEros al teatro del Nord Europa). Della prima messinscena diretta da Manfred Karge e Mathias Langhoff che si era vista una quarantina d’anni fa resta nella memoria dello spettatore la carlinga incombente con una grande elica sullo sfondo di un desolato paesaggio di lattine, dove rabbiosa e possente Kirsten Dene ruggiva il suo amore tradito. Ma in anni più recenti è indimenticabile soprattutto l’immagine finale di Valerie Dreville, la protagonista dello spettacolo di Anatolij Vasil’ev, che ripeteva come in trance l’ultima battuta, mentre ai suoi piedi si spegnevano le fiamme che divoravano la sua veste. Corpo nudo, ferito, ormai svuotato dell’energia che l’aveva sorretta fino a quel momento.