Secondo Jung la fiaba un deposito culturale dei nostri traumi collettivi. Il linguaggio semplice e la costruzione di un mondo incantato non cancellano spavento e paura. Carolina Guiela Nguyen, una delle registe più acclamate in Europa, ha scelto per il suo ultimo spettacolo “Valentina” l’architettura della favola, nonché la chiave del dramma fino al melò, come pure aveva fatto in Lacrima, e prima ancora nello spettacolo che aveva rivelato le sue doti di regia e drammaturgia, il bellissimo Saigon, dedicato alle storie della sua famiglia emigrata negli anni ’70 dal Vietnam in fiamme. In “Valentina” la favola serve ancora a raccontare storie di conflitti dell’integrazione tra culture. Protagonista è come in tutte le fiabe una bambina rumena di dieci anni, Valentina (in scena si alternano le bravissime Chloé Catrin, Angelina Iancu e Cara Parvu) la cui avventura sarà muoversi in labirinto di lingue diverse per aiutare la madre malata di cuore. Servono cure urgenti all’estero e la donna con la figlia partiranno per Parigi, mentre il marito, violinista di strada, resterà a Bucarest.

La piccola andrà a scuola, mentre la madre affronterà le visite, ma l’impaziente dottoressa non ha alcuna empatia verso la donna che non sa il francese. Tutto sembra precipitare, la madre rischia la morte se non sarà curata. La dichiarata struttura della fiaba, con tanto di voce recitante e arricchita di suggestioni video e suggestiva sonorizzazione, va incontro agli ostacoli e alla risoluzione, con tanto personaggi di supporto (la maestra come una fata, il buon cuoco Popa anche lui rumeno, che aiuta la bambina) nell’avventura di Valentina dentro il “bosco” della Francia, tra prodigiose capacità di apprendimento, piccoli miracoli dell’anima e del corpo (compreso un cuore trasferito in modo sovrannaturale) attraversando sileni, piccole bugie dette per proteggere e la catena di ostacoli che portano sul limite della tragedia.