C’è un errore di fondo, drammatico e strutturale nelle ricostruzioni -burocratiche- che continuano a circolare sulle stragi in mare: l’idea che una scelta, politica o amministrativa, possa condizionare il dovere di effettuare un soccorso in mare.
Sentire qualcuno che giustifica l'inazione parlando di "scelte di policy", di "operazioni di polizia" (law enforcement) o di buona "galleggiabilità" di un caicco evidentemente carico di migranti, significa ignorare deliberatamente il pilastro fondamentale della civiltà umana e giuridica: non è e non deve mai più essere il potere, la politica, a decidere quando salvare una vita, ma è la legge a stabilire quando sorge una situazione di pericolo e quando si deve provvedere.
Ma l'etica di ognuno, sulla base di esperienza e competenza, avverte ancora prima il funzionario responsabile che deve prepararsi ad agire.
Il dovere di soccorso in mare, infatti, non è una concessione e non può essere stoltamente confuso con miserande strategie elettorali. Non è un'opzione discrezionale lasciata ai burocrati, ma una necessità degli uomini, un obbligo fissato anche da convenzioni internazionali (Amburgo, SOLAS, UNCLOS), le quali sono norme che costituiscono solo la codificazione giuridica dell'antico codice del mare, ovvero di un principio etico ancestrale che riconosce priorità alla fragilità dell'uomo.








