Lo scaricabarile continua. Da quando ha avuto inizio il dibattimento, il processo per il naufragio di Steccato di Cutro del 26 febbraio 2023, costato la vita a 94 migranti e a un numero imprecisato di dispersi, è caratterizzato da uno stucchevole rimpallo di responsabilità tra corpi dello Stato. Il giudizio vede imputati 6 ufficiali della Guardia di Finanza e della Capitaneria di porto, accusati a vario titolo di naufragio e omicidio colposo plurimi.

Nel corso dell’udienza di ieri, l’ultima prima della pausa estiva, sono stati escussi diversi testimoni, tra cui l’ex comandante del Roan della Gdf di Vibo Valentia, Alberto Catone. L’esame si è concentrato su questioni di carattere generale riguardanti le procedure di soccorso in mare.

Catone ha riferito che spesso le unità della Guardia Costiera uscivano in mare mantenendosi comunque a distanza dall’evento e ha confermato poi quanto già riferito in sede di indagine, ovvero che: «Quando sono arrivato in Calabria la Capitaneria era molto restia a operare in mare in operazioni Sar laddove non ci fosse una situazione di conclamato pericolo. Questo aspetto dipendeva dall’approccio del ministro dell’Interno dell’epoca».

Al Viminale allora sedeva Matteo Salvini che anche in forza delle dichiarazioni rese da Catone è stato citato come teste a Crotone. Anche gli altri testimoni hanno reso dichiarazioni sostanzialmente in linea con questa ricostruzione. L’andamento delle ultime udienze rende, dunque, più evidente la strategia difensiva adottata dagli imputati e dalle rispettive strutture di appartenenza, fondata su un reciproco trasferimento delle responsabilità tra Guardia costiera e Gdf.