In un libro di versi del 2016 pubblicato da Casagrande, La carta delle arance, Pietro De Marchi cominciava con un’epigrafe dai Poemi conviviali di Pascoli («la dolce vita che ad ognuno è una»); dieci anni dopo – tanto è durato il suo fruttuoso silenzio – De Marchi ricomincia dallo stesso segno inesorabile del tempo, dalla sua naturale nettezza: eccolo tornare con Alla giusta stagione (Casagrande, pp. 107, € 20,00), il cui titolo è chiesto in prestito a Esiodo («se alla giusta stagione tu vuoi tutti compiere i lavori», dicono due versi de Le opere e i giorni nella traduzione di Graziano Arrighetti).
Dentro questo tentativo di fissare un argine, una cornice al fluire instabile dell’essere, si muove il lieto guazzabuglio della vita (lo dico con una formula che lo stesso De Marchi ha felicemente usato, altrove, per un autore a lui molto caro). De Marchi è un poeta che avverte anzitutto – come ogni poeta autentico? – la pressione, il senso della fine: come quando, ripensando a un animale-totem della sua infanzia, cioè il «narvalo, l’unicorno dei mari», scopre che il suo nome significa ‘balena cadavere’, perché la sua pelle assomiglia «al pallore / di quando si muore» (viene in mente una poesia de La carta delle arance, nella quale l’io non riesce ad arginare il pensiero della morte nemmeno il giorno in cui «nacque sua figlia»).







