La parola “restìo” che mi torna in testa ogni notte da quando ero bambino e mi diedero da leggere Cuore. Il fatto di ricordare intere frasi del libro: «Non ti vedo ancora andare alla scuola con quell’animo risoluto e con quel viso ridente, ch’io vorrei. Tu hai ancora il restìo». Tutte le notti, quando non riesco a dormire, il segnale di via libera all’occupazione del cervello lo dà questa domanda: ma io ce l’ho ancora il restìo? Di giorno mi sembra di no, ma di notte mi sembra che avrò il restìo per tutta la vita. Domani avrò l’animo risoluto, mi dico, ma so che il restìo resisterà. Il cappello dei bersaglieri era infilato tra l’armadio e il muro nella camera da letto dei miei genitori, appeso accanto alla vestaglia di mio padre, come se in tutta la casa lui avesse scelto quella specie di incavo come sua proprietà assoluta. Noi, se dovevamo nasconderci per giocare, andavamo lì dietro, era perfetto, e però stavamo molto attenti a non far cadere il cappello. Solo qualche volta mio padre me lo faceva toccare. Era duro e poi aveva delle piume morbidissime che accarezzavo con curiosità, sotto l’occhio vigile e teso di mio padre che aveva paura che facessi qualche danno.
Quella domenica pomeriggio sul letto, ai tempi del liceo, ad aspettare una telefonata, ascoltando a ripetizione Buona domenica di Antonello Venditti che racconta di una ragazza che aspetta una telefonata una domenica pomeriggio. Non è per dimenticare quel dolore, che anzi mi piace ricordare, ma la pochezza didascalica di voler raddoppiare il dolore in compagnia di una canzone che intanto mi spiegava come ci si sentiva. Vorrei dimenticare questa sensazione di inadeguatezza che mi faceva pensare che era Antonello Venditti a dovermi spiegare cosa stavo provando. La telefonata poi non arrivò, naturalmente. E non arriva nemmeno in Buona domenica. L’animo non è risoluto. Io che urlo al telefono mentre cammino avanti e indietro in bilico sopra un monumento di Roma, disperato. E poi ogni volta che ci ripasso me lo ricordo.






