Una nonna e un nipote, il cielo luminoso, sette pianeti allineati per una notte soltanto. Cronaca dell’ultima fuga, piena d’amore e rimpianti

di Jonathan Bazzi

Ho portato mia nonna a guardare le stelle. Sapevamo già che non c’era più niente da fare. Quando gliel’ho proposto i suoi occhi sono diventati tre volte più grandi del solito, poi la luce si è dileguata e ha detto, pianissimo: “Ma non so se è una buona idea. Forse è meglio chiedere a tuo padre se possiamo. Tra gli orari, i farmaci... Domani ti ricordi che siamo in ospedale?”.

Ho pescato la bugia più bianca della mia vita e le ho detto che avevo già avvisato tutti: “Sono d’accordo, anzi forse ci raggiungono lì direttamente. Mi scrivono un messaggio se ce la fanno”. A cena le ho preparato il riso al latte, come faceva sempre quando ero piccolo e mi fermavo a dormire a casa sua e del nonno. Salato per lei e dolce per me, come allora. Latte vero, di mucca, nonostante io sia vegano: niente di ordinario per la notte in cui i pianeti si mettono in fila.

Per tanti anni, nell’intermittenza degli altri legami, nella distrazione di una famiglia tutta troppo giovane e impreparata, mia nonna certe sere si è organizzata per portarmi in città a vedere le cose speciali. I film d’animazione al Nuovo Arti, gli spettacoli di pattinaggio sul ghiaccio, il circo, i burattini. Soli, coi mezzi pubblici, nel freddo delle sere invernali, compivamo quella transizione tra mondi che precedevano e ammaestravano il mio desiderio futuro. L’alito che faceva le nuvole, lei che mi stringeva sotto la pelliccia degli anni Settanta: una donna di un metro e cinquanta, coi capelli arrotolati in uno chignon sulla cima della testa, e un bambino alto quanto lei, uniti in qualcosa di normalissimo e folle.