«Nocche chiuse, porte rotte / devo gridare più forte / fuori amici col coltello / dentro sogno mio fratello / il futuro non lo vedo / il presente è tutto nero». Rime scritte a matita, in stampatello incerto, su un foglio strappato da un quaderno a righe. Bucato in più punti dalla pressione della punta, piegato in quattro, nascosto sotto un cuscino rosa shocking. «Le scrivo quando non riesco a respirare», racconta Bea, 14 anni, da otto mesi in una comunità educativa per minori a nord di Milano, che ha aperto le porte al Corriere, per consentirci di raccontare una giornata insieme alle sue giovani ospiti. Bea l’hanno portata qui dopo una rapina in un centro commerciale. La madre è in carcere per spaccio, il padre non lo ha mai conosciuto. «Vorrei che qualcuno venisse a trovarmi ai colloqui. Non c’è mai nessuno. È il destino di noi maranzine». Le maranzine, sì: la versione femminile dei maranza, stesse tute, stesse pose, stessi sguardi. Adolescenti italiane, o maghrebine di seconda generazione che non possono più stare né con i genitori né per strada: minorenni mandate qui dal Tribunale, dopo una segnalazione dei servizi sociali o un arresto. Entrano, escono, rientrano. Finché un giudice firma la «messa alla prova»: un progetto scritto per loro, che significa scuola ogni mattina, psicoterapia fissata a orario, vincoli di comunità. Se rispettano il percorso, il fascicolo si chiude. Se saltano le regole, si riapre l’udienza.
Nella stanza di Bea, Desy e le altre maranzine: peluche, gloss e mascara dopo la rapina al centro commerciale. «Ho puntato un coltello, mi hanno beccata»
Viaggio in una comunità per minori a Nord di Milano. L'ospite più giovane ha 14 anni: la madre è in carcere per spaccio, il padre non lo ha mai conosciuto. «Vorrei che qualcuno venisse a trovarmi ai colloqui, non c'è mai nessuno»






