Non so di preciso come tutto sia cominciato, fatto sta che ogni sera venivano diverse donne a bussare alla porta di Dina, tutte con la stessa richiesta: che scrivesse per loro lettere d’amore
di Matteo B. Bianchi
Mia nonna Dina sapeva leggere e scrivere grazie all’aiuto di una vicina di casa che lavorava in una scuola. Con grande autoironia, diceva: “Gli altri bambini hanno imparato a scrivere dalla maestra, io dalla bidella”. Per una donna cresciuta in un paese di campagna nei primi decenni del secolo scorso, era già un risultato.
All’epoca erano molti gli alunni che abbandonavano la scuola per andare a lavorare nei campi e i rudimenti di scrittura finivano per dimenticarseli presto. Dina invece amava leggere e coltivava questa passione, anche se proveniva da una famiglia umilissima dove nessuno la comprendeva. Le piaceva farlo anche per gli altri. La sua casa si affacciava su un cortile e spesso si sedeva fuori, su una seggiola, per leggere le favole ai bambini delle case vicine, che la ascoltavano rapiti perché nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile per loro.
Fu solo durante la Seconda guerra mondiale però, che il suo vero talento venne alla luce. Non so di preciso come tutto sia cominciato, fatto sta che ogni sera venivano diverse donne a bussare alla sua porta, tutte con la stessa richiesta. Il solo contatto che potevano avere con mariti e fidanzati al fronte era tramite lettere, ma quelle ragazze non sapevano né leggerle, né scriverle, così pregavano Dina perché lo facesse al posto loro. Le prime volte mia nonna chiedeva cosa volessero dire ai compagni lontani, ma a parte qualche aggiornamento sulla salute di figli e familiari, non tiravano fuori altro. Allora a lei non restava che improvvisare, raccontando dei sentimenti che leggeva negli occhi di queste donne e che loro stesse non riuscivano a esprimere. Quando giungevano le risposte dei militari erano cariche di commozione e gratitudine, un raggio di sole nell’orrore della guerra in cui erano immersi. Così le mogli e le fidanzate tornavano da Dina chiedendo parole ancora più affettuose e dolci, e attendevano frementi la replica dei loro amati. Mia nonna sapeva che probabilmente dall’altra parte c’era qualcuno come lei, un commilitone istruito, un tenente gentile, che le leggeva e le redigeva al posto dei soldati che non sapevano farlo. Erano corrispondenze sentimentali nelle quali i reali autori svolgevano il ruolo di tramite, ma era grazie a quelle righe che queste coppie riuscivano a sopravvivere. Per decenni, mia nonna ha goduto in paese della loro gratitudine.






