Un racconto dalle immagini vivide, consegnato da una lettrice aspirante scrittrice. Lo abbiamo selezionato tra i tanti arrivati in redazione in risposta al nostro appello: Dream like it’s 1996
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Nel 1996, tra molti e memorabili eventi (nascono la pecora Dolly e Un posto al sole, muoiono Mitterand e Marcello Mastroianni) vede la luce anche il primo numero di d, il nostro giornale. Sono passati trent’anni: un compleanno che vogliamo festeggiare con voi, e per questo vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria – di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Dove eravate e con chi, per quale musica e libri vi batteva il cuore. Quali erano i vostri abiti e i vostri sogni. Soprattutto: che idea vi eravate fatti del futuro, e com’è andata a finire, poi? Una sezione del sito d.repubblica.it sarà dedicata alle vostre storie, con il titolo “Dream like it’s 1996”: potete inviarle a questo indirizzo email: d30@repubblica.it.
Oggi pubblichiamo la storia di Anna, che ci ha scritto da Milano.
“Il 1996 per me inizia con una delle solite bronchiti asmatiche di Giulia. Sì, perché io nel 1996 son già mamma di due bambine: Giulia, classe 1992, e Claudia, detta Clo, classe 1993. Lo scoramento che viene all’ennesima febbre con crisi asmatica di tuo figlio è un sentimento comune a tutte le mamme; se in più sei lavoratrice e moglie di un uomo molto impegnato dal punto di vista professionale, lo è ancora di più; se in più sei lavoratrice in un ambiente tutto al femminile, il pegno da pagare è doppio, perché all’ennesima assenza non ti guarderanno con solidarietà, ma con la faccia di chi dice: ci hai rotto il cazzo! Così l’inizio dell’anno è veramente ansiogeno, e l’unica capace di regalarmi uno spiraglio di luce è mia madre. La chiamo e arriva a Milano, ma a Roma, a sua volta, lascia mio padre e mio fratello piccolo, Enrico detto Paolo. Così lei arriva come una meteora, prepara cotolette e polpette, mette in sesto le nipoti, mi fa una bella lavata di testa e riparte. Ma l’asma torna, ed io penso che magari è colpa mia. Allora sento il pediatra, e questo mi consiglia di portarla via da Milano. Mio fratello Luciano ha una bella villa al mare vicino Roma, lui è il fratello maggiore. Mia madre mi dice: vieni a Roma, ce ne andiamo al mare. Prendo un mese di aspettativa e Gianni, mio marito, mi accompagna a Roma. Gianni torna a Milano in treno, ed io e mia madre con le bambine ci trasferiamo al mare a bordo della nostra Tempra Station Wagon. Al mattino non si perde tempo, mia madre è così: sembra che lo iodio che Giulia deve respirare, se non lo prendiamo alle otto di mattina, poi finisca. Quindi alle otto siamo già tutte in macchina. Giulia e Claudia hanno una mantellina gialla e calosce blu con il bordino giallo, comprate da Moroni Gomma. Mia madre indossa la solita gonna di lana blu, i suoi collant elasticizzati color carne e un bel paio di mocassini invernali. Io porto un giubbotto bordò, un po’ oversize, e un paio di scarpe con stringhe anch’esse bordò, bellissime: le ho portate fino a distruggerle. Un giorno a Milano una ragazza mi ha fermata in strada per chiedermi dove le avessi comprate. Nel 1996 potevi chiedere cose in strada, tipo l’ora, un’indicazione stradale, o addirittura, come in questo caso, la marca delle scarpe.






