L’anno in cui è nato il nostro giornale, d, la nostra lettrice viveva un’avventura con un compagno durante l’Occupazione della scuola, sdraiata su una camicia che conserva ancora

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Nel 1996, tra molti e memorabili eventi (nascono la pecora Dolly e Un posto al sole, muoiono Mitterand e Marcello Mastroianni) vede la luce anche il primo numero di d, il nostro giornale. Sono passati trent’anni: un compleanno che vogliamo festeggiare con voi, e per questo vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria – di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Dove eravate e con chi, per quale musica e libri vi batteva il cuore. Quali erano i vostri abiti e i vostri sogni. Soprattutto: che idea vi eravate fatti del futuro, e com’è andata a finire, poi? Una sezione del sito d.repubblica.it sarà dedicata alle vostre storie, con il titolo “Dream like it’s 1996”: potete inviarle a questo indirizzo email: d30@repubblica.it.

"Per me il 1996 è una camicia a quadri. Rigorosamente rubata. Se adesso le vedo, tra l’altro, le trovo davvero orribili. Ma addosso a Nico mi sembrava la divisa di un dio. Nico era di un’altra classe del mio stesso anno e mi aveva agganciata chiedendomi una sigaretta, con cui poi si era rollato una canna che si era malamente aperta in due mentre la fumava. Si era bruciato un lembo di camicia e mi aveva riempita di erba e tabacco. Ma a me non importava. Ormai eravamo solo io e lui nell’universo, seduti vicini e infreddoliti, nel chioschetto dietro il liceo dove mi aveva portata a fumare. Ero diventata sua dopo aver parlato un po’ di quanto ci faceva schifo il liceo: i prof e tutti i compagni che lo bullizzavano. Mi aveva guardata negli occhi, mi aveva preso il mento e mi aveva detto: “Ridono di me perché sono diverso, io rido di loro perché sono tutti uguali.” In quel momento ho pensato: mio dio, ho appena conosciuto un genio. Mi è sempre bastato pochissimo per innamorarmi. A mia discolpa, vorrei dire anche che avevo solo quindici anni e venivo da una delle famiglie più cattoliche della mia città. Per me il mondo era un posto pericoloso ed eccitante, ma sconosciuto. Da quel giorno eravamo sempre insieme. Lui tirava fuori sempre frasi stupefacenti, che di solito gli uscivano benissimo quando soffiava fuori il fumo. Quando l’abbiamo fatto la prima volta - sì ho perso la verginità con lui - mi ha detto: “Nessuno muore vergine, piccola… la vita ci fotte tutti.” E siccome avevo freddo, perché eravamo in un’aula della scuola durante l’occupazione, mi aveva dato la sua camicia a quadri di lana per coprirmi. Me la sono tenuta. Durante quell’occupazione mi ha fatto scoprire i Nirvana. Io non li conoscevo, e lui era rimasto di stucco quando aveva scoperto che non sapevo neanche come fosse morto Cobain. Mi diceva che lo sapevano anche i sassi. Il dettaglio del fucile mi aveva agghiacciata. Mi chiedevo come fosse possibile che uno che scriveva musica così bella potesse fare una cosa così brutta. Passavamo i pomeriggi da lui, in cameretta, ad ascoltarlo ciondolando la testa. Non si poteva parlare o ridere quando partiva un pezzo di Cobain. Nico non sapeva cantare, ma per me era molto meglio di Cobain. Era così goffo e tenero, eppure mi diceva cose come: “Piccola, tu devi essere te stessa. Voler essere qualcun altro è uno spreco della persona che sei.” Devo dire che, se ci ripenso, quel ragazzo mi ha insegnato tanto, mi ha dato coraggio, visione, profondità. Ci ho messo anni a capire che quelle frasi non erano sue. Erano tutte citazioni di Kurt Cobain, che riprendeva dalle interviste che suo padre gli passava. Non è per questo che l’ho lasciato, ovviamente. L’ho lasciato perché le storie che cominci a quindici anni durano il tempo di farti entrare nell’età adulta, ma non potranno mai durare davvero. Mi è bastato entrare nell’ultimo anno di liceo per capirlo. Lui continuava a restare in cameretta ad ascoltare le stesse canzoni in repeat, mentre io avevo voglia di uscire e scoprire la vita. Se ripenso a lui, lo vedo lì, nella sua cameretta. Secondo me non è mai più uscito. Ma la camicia a quadri me la sono tenuta. Non so dove sia ora, forse l’ho abbandonata in uno dei miei tanti inquieti traslochi. Nella lettera prima di uccidersi, Cobain ha scritto che è meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente. Ora che sono passati trent’anni e comincio a sentire la mia fiamma spegnersi, mi chiedo se poi non abbia sempre avuto ragione lui. Vivo, ma me lo domando”. Azzurra