Silvia aveva 16 anni, nell’anno in cui è nato il nostro giornale, d. E decise di fuggire dal campus estivo per andare a Stevenage per compiere un destino: incontrare il frontman degli Oasis
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Nel 1996, tra molti e memorabili eventi (nascono la pecora Dolly e Un posto al sole, muoiono Mitterand e Marcello Mastroianni) vede la luce anche il primo numero di d, il nostro giornale. Sono passati trent’anni: un compleanno che vogliamo festeggiare con voi, e per questo vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria – di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Dove eravate e con chi, per quale musica e libri vi batteva il cuore. Quali erano i vostri abiti e i vostri sogni. Soprattutto: che idea vi eravate fatti del futuro, e com’è andata a finire, poi? Una sezione del sito d.repubblica.it sarà dedicata alle vostre storie, con il titolo “Dream like it’s 1996”: potete inviarle a questo indirizzo email: d30@repubblica.it. La prima storia arrivata in redazione appartiene a Silvia B.
“Ciao, sono Silvia e il 1996 me lo ricordo bene. Inizio dicendo che – vi giuro - non esiste al mondo un posto più noioso di Stevenage. Un villaggio dimenticato non solo da Dio ma anche dai suoi stessi abitanti. Le ragazze lì hanno gli occhi celesti più grigi che abbia mai visto. I pub, i pratini tagliati, le villette da cui non vedi mai entrare o uscire nessuno. Solo la domenica compare qualcuno che fa giardinaggio. Per il resto, il nulla. È abbastanza lontano da Londra per farti sentire nel deserto, ma anche abbastanza vicino da farti percepire quanto ti manca la vita vera. Esattamente come il paesino in provincia di Milano da cui venivo io. Quindi perché avevo fatto spendere ai miei un sacco di soldi per stare due settimane in quel posto ameno, fingendo interesse per le interminabili lezioni di inglese del community college? La versione ufficiale era che fossi una capra in inglese. Avevo cannato tre verifiche di fila per dimostrarlo. In realtà l’inglese lo sapevo. L’avevo imparato con le loro canzoni. Mi ero ricopiata i testi, li riscrivevo religiosamente sul quaderno, immaginando che Wonderwall fosse stata scritta per me. C’ero rimasta male quando avevo scoperto che l’aveva scritta il fratello Noel, quello bruttino. La verità è che ero a Stevenage perché dovevo compiere un destino: sposare Liam Gallagher. Lui non lo sapeva ancora — e, a voler essere precisi, era già sentimentalmente impegnato e di lì a poco si sarebbe sposato davvero — ma io ero lì per renderlo un uomo felice. Per me gli Oasis non erano una band: erano un culto, una forma di educazione spirituale. Mi ero anche messa con il chitarrista di zona per fare una cover band. Cantavo io, e ai ritornelli tiravo la voce fino a restare afona per giorni, cosa che mi faceva sentire potentissima. Rigorosamente con il microfono più alto della bocca, la testa piegata di lato, le braccia dietro la schiena. Le mie ossessioni le ho sempre coltivate con metodo. Un giorno lui era venuto in saletta prove — cioè la cantina di mia nonna — e mi aveva detto: «Hai visto che suonano al Palalido settimana prossima?». Ricordo ancora il cuore che si accartoccia e poi esplode come una supernova. Era come se mi stesse dicendo che Liam stava venendo da me. Ma mio padre non si era nemmeno girato per dirmi che non ci potevo andare. Era rimasto seduto a tavola mentre io sparecchiavo: no tesoro, sei troppo piccola. Sedici anni. A sedici anni posso guidare un motorino ma non andare a un concerto da sola? Potrei avere un figlio ma non posso andare a un concerto? No, esatto, aveva detto mio padre. Non ci puoi andare e basta, non discutiamo. Potete accompagnarmi? Non ci penso neanche, agli yankee non gli do una lira. Conoscevo mio padre, quindi non ho nemmeno specificato che gli Oasis erano l’incarnazione stessa della Gran Bretagna, il cuore pulsante della Cool Britannia, l’Inghilterra che in quel momento era il centro del mondo. Sono andata in camera a piangere. La sera del concerto al Palalido sono rimasta blindata in camera, con papà che pattugliava il corridoio. Ho passato la notte al telefono con la mia amica Giulia. Chiamare dal fisso era un’esperienza mistica: non potevi muoverti dal letto, la cornetta ti scaldava l’orecchio, potevi solo girarti sul fianco. Le dicevo che in quel momento ci doveva essere una supermodella in camerino con lui, che si stavano baciando, e che lui stava perdendo l’occasione di amare i miei cinquanta chili di perfezione lombarda con frangia liscia e occhio bruno mediterraneo. A quel punto Giulia, genio strategico, ha proposto il piano delle verifiche andate male e del viaggio studio, perché c’era quella megadata ad agosto vicino Londra, l’aveva sentita alla radio. Allora ho cominciato a tramare. Se mi fossi impegnata così nello studio come mi sono impegnata per trovare un college a Stevenage, forse avrei combinato qualcosa di più nella vita. Invece no. Comunque, ad agosto ero a Stevenage, proprio di fianco al Knebworth Park, dove ci sarebbe stato il più grande concerto della storia degli Oasis. Non avevo ancora capito quanto sarebbe stato mastodontico. Vedendo Stevenage, in Hertfordshire — nome che ancora oggi non so pronunciare né scrivere — non avresti mai immaginato cosa quei due fratelli terribili stessero per scatenare. Le date erano andate sold out in poche ore. I biglietti, da 22 sterline, erano arrivati a costarne più di 300. Io non avevo soldi, quindi dovevo trovare un altro modo per entrare. Ho scoperto solo dopo che il 4% della popolazione britannica aveva provato a comprarli e che i 250mila posti erano spariti in zero tempo. Io a malapena avevo internet. Ero ospitata da una “famiglia” composta da una signora spagnola con i bigodini fissi in testa — non ho mai capito quando se li togliesse — e un finto caminetto in plexiglas con le fiamme animate. Che io vivessi o morissi non le importava molto: contava solo la fee per ospitare studenti. Per il resto, liberi todos. Così quel pomeriggio sono uscita mentre lei guardava la televisione e mi sono giocata il tutto per tutto. Avevo una mappa, ma niente cellulari. I mezzi funzionavano meglio che in Italia, ma eravamo pur sempre a Stevenage e non c’era nulla che andasse in quella direzione. Allora ho fatto autostop. Era giorno, mi dicevo che di giorno non rapiscono. Mi ha caricata un tipo — oggi, se ci penso, mi vengono i brividi: certe cose si fanno solo a sedici anni — e gli ho indicato con un pennarello il punto del concerto: Knebworth Park, senza sapere come pronunciarlo. Si chiamava Peter, vestito come un giovane professore universitario. Continuava a dire “right, right, of course” mentre la cartina occupava tutto l’abitacolo. Mi ha lasciata davanti a un ingresso laterale, vicino al palco. Io mi sono fiondata verso il backstage — Giulia mi aveva spiegato che se vuoi vedere qualcuno devi stare lì e aspettare, lei al Festivalbar aveva stretto la mano a Fiorello — e mi sono infilata in un gruppetto vicino alle transenne della zona vip. Nel frattempo la musica era già iniziata: le band di supporto suonavano dalle quattro. Vedevo passare persone che gli altri riconoscevano e urlavano; io no. Dentro di me chiamavo Liam: dai esci, dai esci. Passano ore. La luce chiara del tramonto inglese si spegne. Quando cala il buio mi accorgo di essere sola. Forse anche nei guai. Mi allontano, cerco un altro accesso. Attraverso il parcheggio e rivedo Peter, ancora seduto in macchina. Mi saluta: “How are you?”. Io rispondo: “Good, but Oasis not”. Lui parla veloce, io capisco poco: conosco solo i testi degli Oasis. Se mi dici Sally can wait ti seguo, per il resto no. Forse avevano fatto bene a mandarmi al college. Con un cenno della testa indica una direzione. Lo seguo. Arriviamo su una collina in fondo al prato: si vede un pezzo di palco, si sente tutto. “It’s good enough here, right?”. In quel momento esplode un boato disumano. Duecentocinquantamila persone che urlano insieme, fari che sparano nel cielo come un’invasione aliena. Parte l’intro di Hello — I don’t feel as if I know you, you take up all my time — e guardando quello sconosciuto dal taglio di capelli educato capisco che la serata è questa. Che non entrerò di straforo. Mi sono seduta su quel prato con quel ragazzo che era vero, in carne e ossa e senza milioni di fan, e mi sono divertita. Ah, non l’ho sposato, poi, Liam Gallagher, però le sue canzoni eccome se le sento ancora!”.







