Inutile cercare nello smartphone ricordi del 1996: la nostra è una sfida analogica, il cellulare non esisteva ancora. Molti lettori l’hanno raccolta tra cui Giorgiana, che con il suo racconto ci porta a Cala Piccola, in Toscana
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Nel 1996 vede la luce il primo numero di d, il nostro giornale. Sono passati trent’anni: vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria, di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Dove eravate e con chi, per quale musica e libri vi batteva il cuore. Quali erano i vostri abiti e i vostri sogni. Soprattutto: che idea vi eravate fatti del futuro, e com’è andata a finire, poi? Scrivete a questo indirizzo email: d30@repubblica.it
“Il 1996 è stato l’anno che ha dato forma al mio futuro. Non mi è servito rovistare tra le Smemo o nella scatole dei ricordi, per capire dove fossi quando è nato il giornale d: la foto di quell’estate ce l’ho incorniciata accanto al letto. Diciassette anni, vacanza estiva nella casa di famiglia a Cala Piccola, Monte Argentario, posto magico per chi ha una bella auto da far sgommare lungo i tornanti, ma una trappola per chi si muove solo a piedi (e con i tacchi, da togliere quando la salita si fa dura). Le opzioni per chi aveva una casa aggrappata sulla costa erano due: muoversi accompagnata da mamma e papà, oppure sperare che qualcuno di più grande ti venisse a prendere per portarti lì, alla piazzetta dell’Hotel Torre di Cala Piccola dove tutti quelli sotto i venti anni si riunivano alla sera prima di decidere cosa fare: a ballare, al Senor Frog? Era l’alternativa giovane del Kings, disco club riservato agli over ‘anta’ sullo stesso molo di Cala Galera. E l’alternativa economica a La Strega del Mare, dove andavi solo se avevi 50 euro messe da parte e il permesso di star fuori fino a tardi, perché la musica lì sulle terrazze a picco sulla Panoramica vicino a villa Previti (l’amico di Berlusconi l’avrebbe poi venduta a un russo) iniziava dopo la mezzanotte. In quegli anni, in Cala scendevano tutti: la Raffaella nazionale, nascosta dietro occhialoni neri quando usciva dalla sua villa e veniva a tuffarsi assieme al marito Sergio Japino. Renatone (Zero), che girava con la sua spider e a volte apriva i cancelli della villa per invitare tutti noi ragazzini a fare un tuffo in piscina, sotto lo sguardo inquietante del suo dobermann, Cielo. C’era pure Gianni Boncompagni con la sua girandola di ragazzine uscite da Non è la Rai; noi altre le guardavamo con malcelata invidia, commentando “mica è un granché, alla fine”. I miei avevano comprato la casa tre anni prima e non avevo ancora smesso di odiarli per questo; la mia infanzia l’avevo trascorsa in un’altra casa e in un’altra località, San Felice Circeo, dove erano rimasti i ricordi e il gruppo di amici con cui ero cresciuta. Cambiare ambiente quando avevo 14 anni mi era parso simile a una deportazione, del panorama mozzafiato non mi fregava nulla e non erano bastati gli sforzi dei miei perché facessi nuovi amici, a quietarmi. Mia madre faceva su e giù da Ansedonia, dove un’amica romana a volte mi invitava a feste sulla spiaggia, e con mia sorella addormentata caricata in collo mi veniva a riprendere, a mezzanotte; 40 minuti all’andata e 40 al ritorno. La verità è che trovare amici a portata di mano, a Cala Piccola, era difficile, e loro l’avevano capito: un gruppo di coetanei esisteva - lo guardavo da lontano, piedi in acqua e chiappe sulla piattaforma - ma era fatto di gente che aveva frequentato lì fin da quando era nata, che io e pure nel pieno di un’età ingrata, con il mio apparecchio fisso e quegli abitini Onyx che fasciavano il mio corpo ancora informe in maniera spietata. L’estate del 1996 è iniziata in maniera diversa: il mio sorriso non era più metallico e il mio fisico diceva che ero più bambina. Improvvisamente sono diventata visibile e perfino appetibile: i ragazzi iniziavano ad avvicinarsi, mi rivolgevano la parola, si offrivano di venirmi a prendere a casa. ‘Finalmente!’ pensavo io. ‘Finalmente!’ diceva mia madre a mio padre, che invece guardava con sospetto e paura a quegli inviti dei ragazzi più grandi. Insomma, divento in pochi giorni una di loro. E un mattino, scendo in Cala con indosso un costume intero bianco a fiori; era la prima volta, di solito preferivo i bikini perché mi donava di più, come ho pensato nel momento in cui ho visto lui: riccio, ben più grande di me, con una maglietta della Feltrinelli addosso e un libro sottobraccio. Era sceso al mare così, senza un asciugamano né le ciabatte. Me lo presentano, specificando che vive a Londra ed è tornato per stare qualche giorno con i suoi, come facevano quelli che ormai le vacanze se le facevano altrove, abbastanza grandi da poter scegliere una destinazione qualsiasi, purché diversa da quella in cui avevano trascorso l’infanzia. È stato amore a prima vista, posso assicurarlo perché ero un’inguaribile romantica e ne ho registrato tutti i sintomi da manuale. Quel libro sotto braccio, il suo modo di parlare... Qualche sera dopo si presenta a casa mia con due amici: ‘Ti cucino le crepes alla Nutella’. Quella sera è ritratta nella foto sviluppata con rullino appena oggi nella nostra stanza. Non ci siamo messi assieme, allora. Scambiati baci sì (tantissimi), innamorati pure, anche se lui aveva una ragazza e si era preso la famosa pausa di riflessione. Se pure si fossero lasciati – pensavo, tra le lacrime – la mia prospettiva non sarebbe cambiato di molto: lui viveva a Londra, dove faceva tirocinio in uno studio legale in attesa di discutere la tesi, con la promessa di assunzione che sarebbe arrivata da lì a breve, dopo una laurea a pieni voti in Giurisprudenza a soli ventitré anni, quindi pure prima del tempo. Quanto a me, avevo ancora l’ultimo anno di liceo davanti, ero minorenne e vivevo a Roma: come mai avremmo potuto frequentarci? A tenerci assieme è stato il romanticismo. Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, gli scrissi citando il cantautore più noto della ‘nostra’ città, Roma, come dedica di un libro letto quell’estate: Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Lui mi aveva regalato Milan Kundera. Poi Stefano Benni. A unirci è stata la lettura, l’eccitazione di condividere uno stesso background frutto di studi al Classico, lo scambio intellettuale che ci portava a rispondere con citazioni alle citazioni. L’impressione di essere diversi dagli altri, speciali. Le due parti della mela, a dirla con le parole del Mito di Platone. Dieci anni passano così, con una corrispondenza di amorosi sensi. A tenersi in contatto con messaggi spediti non via smartphone – all’inizio, non li avevamo nemmeno – e nemmeno via e-mail, ma via posta. Le mie lettere partivano col timbro del Vaticano, perché abitavo davanti al Cupolone e lì stava la cassetta della posta più vicina, e le sue arrivavano con il francobollo che portava impresso il profilo più famoso del mondo: quello della regina Elisabetta II. Le nostre vite hanno preso strade diverse e abbiamo vissuto entrambi diverse storie, incluso un paio davvero ‘serie’, di quelle che resti per anni assieme. Ci vedevamo una volta all’anno, a volte una volta ogni due, a Roma, quando lui tornata in famiglia per Natale; andavamo a cena fuori, ci raccontavamo tutto, ci salutavamo con un bacio e tornavamo alle nostre vite. Non ho mai pensato a quei baci come a un tradimento: la nostra storia era solo nostra, c’era qualcosa di speciale a unirci. Passavano mesi e mesi senza che pensassi a lui, amando altri e spremendo la vita, finché un nuovo messaggio tornava a farmi battere il cuore all’impazzata. Ora lo confesso: mentre scrivo, in questo momento, batte di nuovo così. Arrivavano scritti su un tovagliolo, sul retro di un biglietto da visita, su una bozza di contratto, a testimoniare il suo averli scritti di getto. Anche io ho messo a punto imprese notevoli, tipo informarmi dei suoi spostamenti per fargli trovare, arrivato a casa, crepes alla Nutella calde nella cassetta delle lettere. Nel 2006, dieci anni dopo il primo incontro, lo chiamo per chiedergli aiuto: mio papà ci aveva lasciato a soli 61 anni, dopo lunga malattia, mia madre era rimasta sola con una figlia di 27 anni (la sottoscritta) e una di 20 che studiava Architettura, senza pensione di reversibilità perché una falla del sistema gliela aveva negata. Lui è con me, mi aiuta. Quell’agosto ci incontriamo di nuovo in Cala: io con mamma e sorella, decide a trascorrere l’estate assieme nella casa amata da papà, lui con un amico in pellegrinaggio tra una meta e l’altra. ‘Penso che se non ci proviamo davvero a stare assieme, ora, non lo faremo più’, mi dice, mentre ci scopriamo innamorati come dieci anni addietro. Ci mettiamo assieme davvero: due anni di storia a distanza, poi ci ritroviamo a Milano, quando lui lascia Londra e io lascio Roma. Ci siamo scelti, perché abbiamo saputo amare altre persone, per poi decidere di tornare assieme. Anche il nostro matrimonio è stato all’insegna del romanticismo. Sono arrivati due figli e un cane, abbiamo affrontato assieme gli alti e bassi della vita e siamo sopravvissuti ai periodi di smarrimento, quelli in cui si deve trovare un po’ il senso di dove si stia andando, come coppia. Siamo solidi, penso, perché condividiamo un certo modo di guardare alle cose, uno stesso pacchetto di valori, la capacità di considerare importanti solo le cose che lo sono davvero. Perché ci stimiamo e ci rispettiamo; la forma più alta d’amore. Trent’anni dopo, è ancora il mio grande amore”.






