Sono passati trent’anni dalla nascita di d, un compleanno che vogliamo festeggiare con voi, e per questo vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria – di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Questa è quella che ci ha consegnato Alice

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Nel 1996, tra molti e memorabili eventi (nascono la pecora Dolly e Un posto al sole, muoiono Mitterand e Marcello Mastroianni) vede la luce anche il primo numero di d, il nostro giornale. Sono passati trent’anni: un compleanno che vogliamo festeggiare con voi, e per questo vi chiediamo di accompagnarci in un viaggio nella memoria – di tornare a quel 1996 per raccontarci una storia. Dove eravate e con chi, per quale musica e libri vi batteva il cuore. Quali erano i vostri abiti e i vostri sogni. Soprattutto: che idea vi eravate fatti del futuro, e com’è andata a finire, poi? Una sezione del sito d.repubblica.it sarà dedicata alle vostre storie, con il titolo “Dream like it’s 1996”: potete inviarle a questo indirizzo email: d30@repubblica.it.

“Ciao, mi fa ridere ripensare al 1996 perché io quell’anno ho deciso che non sarei mai diventata madre. Avevo 12 anni. Il mio problema era l’ansia, non l’istinto materno, come ho scoperto allora e confermo oggi: ieri come oggi, per me, dedicarmi a qualcosa o qualcuno è motivo di angoscia. Mi hanno regalato il tamagotchi che appunto dovevo ancora compiere tredici anni, nel 1996. Mia madre aveva visto un servizio al tg in cui se ne parlava male, tra l’altro, ma a lei sembrava un buon modo per imparare qualcosa della vita e poi le piaceva tanto il Giappone. ‘Così capirai cosa significa essere madre’, mi diceva. Eravamo solo io e lei, in casa. Tra le mie amiche, comunque, la moda era già impazzita e io ero tra le poche a non averlo chiesto. A parte che mi sembrava un oggetto bruttissimo, ma poi cosa me ne poteva fregare di stare appresso a una cosa che faceva suoni strani, frignava e chiedeva continue attenzioni. Loro invece ne parlavano all’intervallo, si scambiavano opinioni. La mia compagna di banco mi aveva spiegato più o meno come funzionava: questo cosino aveva una vita, e la durata della sua vita era direttamente legata al grado di cura che potevi assicurargli. “Nel senso che muore?”. Lei aveva accennato un sì con la testa, con aria cupa e minacciosa. Per me era l’orrore completo. Come si poteva desiderare di avere tra le mani una vita ed esserne interamente responsabile? E poi faceva la cacca e, se non la pulivi, restava lì, tra i suoi escrementi, per giorni. Le mie compagne di classe erano felici e appagate, perfino alcuni maschi lo avevano preso. Ovviamente avevo detto “ah che bello!”, perché tutte erano impazzite, ma dentro ho sempre pensato che fosse davvero una cavolata. Mia madre usava spesso quella parola. Quando le avevo chiesto le Lelly Kelly, una cavolata. Le Polly Pocket, una cavolata. Le Nike, una cavolata. Poi però quella che io pensavo fosse la cavolata delle cavolate me la regalava lei. Assurdo. Era anche brutto come oggetto, tutto grigio, almeno il mio. L’ho tenuto spento per una settimana. Non ci pensavo neanche ad accenderlo: accenderlo significava farlo partire, metterlo al mondo. E quindi assicurargli la morte. Poi un giorno mia madre mi ha chiesto come stava andando. Le ho detto che stava andando benissimo. Siccome avevo paura che lo trovasse spento sulla scrivania, me lo sono messo nella tasca della giacca e l’ho portato a scuola. Durante educazione fisica la mia amica mi ha chiesto la giacca perché aveva freddo in cortile. L’ha indossata, ha sentito in mano il tamagotchi e lo ha acceso.“Ma non l’avevi fatto partire!”. Da quel momento è cominciato l’incubo. Non riuscivo a smettere di guardarlo. Anche al banco tenevo sempre lo sguardo in basso, perché mi aspettavo da un momento all’altro che finisse il cibo, che fosse triste, che si sentisse solo, che scagazzasse nel suo piccolo schermo e morisse asfissiato tra le proprie feci. Lo sentivo pulsare nel sottobanco, come il cuore rivelatore di Poe. Lo tiravo fuori: dormiva. Lo rimettevo sotto. Lo tiravo fuori di nuovo: dormiva. Lo rimettevo sotto. La mia compagna di banco mi guardava. Io la guardavo con occhi di terrore. Tutto per colpa mia, ovviamente. Poi un giorno succede che arriva la prima giornata di caldo primaverile e prendo la giacchetta di jeans invece del piumino. Ed è lì che mi accorgo di aver lasciato il tamagotchi (che si chiamava tamagotchi e a cui non avevo dato un nome, perché mi metteva il panico anche solo pensare al nome) a casa, nel piumino. Non potevo correre a casa, non potevo chiamare mia madre perché non c’era il cellulare e, come minorenne, non mi facevano uscire. Ho avuto un attacco di panico in bagno. La mia compagna di banco mi teneva abbracciata mentre io perdevo il controllo, attaccata al termosifone, in lacrime, dicendo: “L’ho ucciso io, l’ho lasciato morire”. Alla ricreazione la professoressa mi ha portata alla macchinetta e mi ha preso un tè caldo al limone. Mi sono calmata, ma ho passato praticamente il resto della mattina in lutto. Quando sono rientrata a casa era ancora vivo, tutto scagazzato e affamato ma io non riuscivo a reagire. L’ho lasciato così. Quando è rientrata mamma la sera le ho raccontato tutto e lei mi ha abbracciato. Poi lo ha preso lei, non so cosa ne abbia fatto, non gliel’ho mai chiesto. Non lo so se è lì che ho capito che non sarei potuta diventare madre. Ma è in quel momento che mamma si è finalmente decisa a cercare uno psicologo”. Alice